Marzo 1958
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Platone e la sua “repubblica”(2) ideale.
Lavoro manuale e lavoro intellettuale.
Il lavoro intellettuale, privilegio degli arconti, delle classi dirigenti.
Una concezione della società costruita su tali basi porta all'idealismo; si crea così l'idea dell'autonomia del pensiero e del “regno” del pensiero sulla realtà materiale e pratica, in quanto il pensiero è considerato un dato primo rispetto alla materia.
Il regime feudale ha fatto proprie le concezioni della filosofia idealista e ha approfondito la divisione fra lavoro intellettuale e lavoro manuale.
I signori: uomini d'arme, capitani e governanti.
Gli ecclesiastici: gli intellettuali dell'epoca, i rappresentanti del pensiero scientifico e filosofico.
I servi e gli artigiani: i lavoratori manuali.
Con l'instaurazione del regime capitalistico, gli intellettuali cominciano a costituire uno strato più omogeneo; le loro funzioni si allargano.
Varie categorie di intellettuali sono al servizio del capitale: tecnici, ingegneri economisti, magistrati, insegnanti,ecc... Queste categorie si sviluppano via via che si sviluppa il capitalismo, non solo perchè le esigenze dei vari settori aumentano, ma anche perchè i capitalisti, per alleviare le proprie fatiche, cedono le loro funzioni tecniche ad altri.
Via via che si accresce il numero degli intellettuali, aumenta la loro dipendenza dall'economia capitalistica.
Dal punto di vista economico,gli intellettuali possono essere raggruppati in due categorie: la prima comprende i funzionari, gli impiegati salariati delle imprese capitalistiche, i magistrati, gli ufficiali,ecc....; la seconda comprende gli insegnanti elementari, i professori, i filosofi, che il regime capitalistico prende al suo servizio affinché diffondano l'ideologia borghese.
Ora:
- la decadenza della borghesia,
- il maltusianesimo economico(3) che caratterizza la sua decadenza,
- lo spirito critico dell'ultima categoria degli intellettuali, che costringe la borghesia a sacrificare la cultura alle esigenze dell'esercito e della polizia. Rendono più difficile la situazione degli intellettuali. Essi finiscono col non accettare più il giogo capitalistico. Lo Stato borghese è costretto a violare la pretesa tradizione delle “libertà universitarie”.
I tratti caratteristici degli ingegneri e dei tecnici:
la borghesia affida loro la direzione tecnica e la direzione del personale, cioè la guida e il comando di una parte dei lavoratori. Pur godendo di migliori condizioni di vita materiale, spiritualmente essi sono vicini agli operai e vivono pressappoco come loro.
I tecnici medi godono di peggiori condizioni di vita materiale, hanno contatti di lavoro quotidiano col proletariato e spiritualmente sono ancor più vicini a quest'ultimo.
A causa della pretesa indipendenza della loro attività, gli intellettuali artigiani, gli artisti,ecc.... sono vicini alla borghesia, ma la speculazione di cui sono fatte oggetto le loro opere li spingono verso la classe operaia.
Lo strato dei medici è caratterizzato dal fatto di non essere il prodotto dello sviluppo del capitalismo. I medici cercano di conservare il loro statuto tradizionale, le loro caratteristiche particolari.
Costituiscono una casta chiusa, che apre difficilmente le sue porte agli elementi nati dal seno del proletariato. Tuttavia, il contatto con le sofferenze della classe operaia li induce a prendere a poco a poco coscienza della degenerazione della borghesia e li avvicina alla classe operaia.
Cosi gli intellettuali, che ancora ieri erano strumenti al servizio della borghesia, cominciano ad incamminarsi sulla buona strada.
Alcune ragioni di natura soggettiva impediscono la loro rapida presa di coscienza. Esse sono:
- le esitazioni tipiche della media e piccola borghesia, da cui essi provengon.
- Certe illusioni che sono loro proprie.
La tendenza all'astrazione e la divisione fra lavoro manuale e lavoro mentale fanno si che l'intellettuale sia più in contatto con i simboli delle cose che con le cose stesse. Di qui le sue illusioni idealistiche.
La sua posizione intermedia fra le diverse classi lo induce a pensare di non essere influenzato, nelle sue azioni, da alcuna sorta di interesse di classe, e che ogni suo atto sia determinato solo dal suo giudizio e dalle sue conoscenze. Le “idee” che spingono l'intellettuale all'azione, sarebbero, dunque, indipendenti dal gioco delle forze economiche e dagli antagonismi di classe. Una tale visione delle cose, staccata dal lavoro manuale e dalla vita, lo induce a pensare di essere la forza superiore che garantisce l'ordine dell'universo. In tal modo, egli si separa dalla sfera della realtà e pensa che le contraddizioni, di qualunque natura esse siano, non debbano essere risolte con la violenza, ma dalla conciliazione intellettuale, dalla pacifica evoluzione.
Queste concezioni lo predispongono all'opportunismo.
Ecco perché egli non accetta facilmente il comunismo. L'idea di una morale indipendente dai rapporti di classe e l'oggettivismo astratto sono infatti agli antipodi del materialismo storico, mentre l'opportunismo conciliatore è in flagrante contrasto con le concezioni rivoluzionarie della lotta di classe e della dittatura del proletariato.
Un' altra illusione dell'intellettuale attiene al suo individualismo. L'intellettuale non è contrapposto al proletariato. Non è capitalista. Non dispone dei mezzi di lavoro, come il borghese medio, come l'artigiano. È costretto a vendere il prodotto del suo lavoro, e subisce lo sfruttamento capitalistico. Ma, per le sue condizioni di vita, è più vicino alla borghesia che al proletariato.
L'intellettuale non impiega nella lotta la sua forza fisica, ma usa degli argomenti. I suoi mezzi di produzione sono le sue conoscenze e le sue convinzioni personali; per farsi una posizione nella vita egli dispone soltanto delle sue qualità. Crede dunque di poter conseguire i propri fini solo manifestando la sua individualità.
Non ammette la disciplina per se stesso, ma la esige dalle masse. Si colloca nell' “élite”, “al di sopra dell'uomo comune”. Riferimento alla teoria di Nietzsche.(4)
Lenin indica che lo strato degli intellettuali è caratterizzato dal suo individualismo, dalla sua incapacità ad organizzarsi e dalla sua instabilità. Il proletariato deve sforzarsi di guidarli e di insegnar loro a combattere in se stessi l'individualismo anarchico, perché è questo individualismo che li rende esitanti, irresoluti.
È importante dunque scuotere gli intellettuali dall'ideologia borghese di cui sono impregnati e armarli dell'ideologia marxista-leninista.
Quando un operaio diventa comunista, sente sbocciare in se stesso una visione del mondo che era profondamente nascosta in lui, scopre una cultura che illumina ciò che egli sentiva in maniera confusa; trova nel marxismo la conferma evidente del suo essere, prende coscienza di quanto esisteva nel suo inconscio. L'operaio che diventa comunista conosce dunque un processo di costruzione, di rafforzamento.
Quando, invece, un intellettuale diventa comunista, le cose vanno diversamente. Ad ogni nuovo progresso, in lui, della coscienza socialista, egli è costretto a distruggere qualcosa del suo passato. Egli distrugge e costruisce contemporaneamente, e nel primi passi di questa sua conversione, più che il sentimento di creare, ha l'impressione di condurre una lotta interiore.
Un operaio che diventa comunista sa in anticipo che dovrà battersi, scioperare e affrontare il capitalismo; sa addirittura che potrà essere ucciso, ma ha un solo nemico, un nemico esterno, il capitalismo, mentre l'intellettuale deve condurre contemporaneamente la lotta su due fronti, contro la propria persona, cioè contro le sopravvivenze piccolo-borghesi nella sua coscienza, e contro il suo nemico esterno, il capitalismo.
Affinché l'intellettuale possa acquisire una coscienza socialista bisogna dirigerlo, forgiarlo in un lavoro pratico, vegliare alla sua rieducazione mediante la teoria marxista-leninista.
Sono la classe operaia e il suo Partito che debbono condurre senza tregua questo lavoro con l'intellettuale.
La nostra lotta di liberazione nazionale e la lotta per la costruzione del socialismo hanno operato una profonda trasformazione in seno ai nostri antichi intellettuali, e ne hanno creato di nuovi, provenienti dalla classe operaia e dai contadini lavoratori, fedeli alla classe operaia e al socialismo. Questo processo siamo noi che l'abbiamo compiuto, preservato e sviluppato; e attualmente lo stiamo approfondendo con successo.
Ma sarebbe un errore e una manifestazione di sufficienza, affermare che i nostri intellettuali, vecchi e nuovi, non abbiano subito l'influenza e non si siano sbarazzati delle sopravvivenze piccolo-borghesi e delle concezioni che rappresentano un ostacolo alla totale adesione al socialismo, a una completa presa di coscienza socialista.
I nostri intellettuali si sono liberati anzitutto dal giogo capitalista. Dallo sfruttamento. La nostra patria ha ricuperato la sua libertà, la sua indipendenza, la sua sovranità, la sua dignità nazionale. È guidata dalla classe progressista, la classe operaia. Condizioni molto favorevoli sono state create per lo slancio e la fioritura della cultura, dell'insegnamento,ecc... ma al servizio del popolo lavoratore. Godiamo, dunque, di tutte le fondamentali condizioni oggettive per provvedere all'educazione dei nostri intellettuali sulla buona strada e per eliminare dalla loro coscienza le sopravvivenze piccolo-borghesi.
È questo l'obbiettivo dell'educazione marxista-leninista del nostro partito.
Nei paesi capitalistici regnano il capitale, i capitalisti e la borghesia; lo stato è nelle mani della borghesia. Da noi, invece, è stata instaurata la dittatura della democrazia popolare, la dittatura del proletariato; lo stato è diretto dal Partito del Lavoro, il potere è nelle mani del popolo lavoratore, nelle mani della maggioranza. Da noi esistono, dunque, lo stato e le armi della dittatura del proletariato, e la nostra società è formata da due classi amiche: la classe operaia e i contadini. Ne fanno parte anche gli impiegati, gli ingegneri, i tecnici, gli insegnanti, gli artisti, gli studenti; essa comprende strati poco importanti della media e piccola borghesia urbana, intellettuali, giovani e anziani; kulak, della borghesia reazionaria ed elementi espropriati della classe feudale.
Ma il nostro giovane stato è del tutto diverso dallo stato dei capitalisti e della borghesia. La situazione economica, morale e politica di tutti questi strati sociali si è completamente modificata. Nel nostro lavoro di educazione degli intellettuali abbiamo il dovere non solo di far loro comprendere come è stata realizzata questa rivoluzione, ma anche di indurli a prendere coscienza in modo approfondito e di farli lottare per rafforzarla.
Si tratta adesso per noi di sapere se l'elevamento della coscienza e l'eliminazione delle sopravvivenze piccolo-borghesi hanno progredito di pari passo con le grandi riforme realizzate nel nostro paese. Naturalmente no. Tuttavia, grandi trasformazioni sono avvenute rispetto ai paesi dominati dal capitalismo, soprattutto per quanto riguarda gli strati degli intellettuali e della piccola borghesia.
Assistiamo a un' evoluzione molto positiva nell'elevamento della coscienza socialista, soprattutto fra la nostra classe operaia, che si tempra ogni giorno di più, perchè la sua presa di coscienza è più rapida di quella delle altre classi e degli altri strati sociali, e perché in virtù del suo ruolo dirigente nello stato essa influenza e aiuta economicamente gli altri strati. D'altronde è un fatto che da noi non si è sentita l'influenza di una borghesia organizzata (poiché essa non esisteva) che avesse una sua presa ideologica sul popolo e avesse creato in tutti i campi, sistematicamente e su larga scala, una casta di intellettuali che la servissero fedelmente, come è avvenuto e tuttora avviene nei paesi capitalistici. Questo esiguo strato di intellettuali, formatosi solo in alcuni settori, faceva da noi i suoi primi passi ed era in lotta quotidiana con le sopravvivenze del feudalesimo e del semi-feudalesimo.
I funzionari dei passati regimi erano, nella loro grande maggioranza, privi di istruzione o avevano frequentato le vecchie scuole turche, e solo un piccolissimo numero di essi aveva frequentato le scuole borghesi dell'occidente. Dalle scuole borghesi occidentali uscivano appena i primi quadri destinati ad alcuni settori ben definiti, in particolare la giustizia e la sanità pubblica (mentre il numero dei quadri destinati all'industria era insignificante, perché essa mancava e non presentava alcuna prospettiva di sviluppo). L'agricoltura era chiaramente considerata dal regime feudale come un settore di lavoro servile, e dalla nostra borghesia mercantile e individuale come un settore spregevole. Rarissimi erano i figli della borghesia inviati nelle scuole superiori di indirizzo agrario o tecnico. Si possono contare sulle dita di una mano i quadri specializzatisi nel campo delle scienze naturali e sociali. Questo ridotto numero di intellettuali dotati di istruzione superiore erano destinati a servire i passati regimi in qualità di funzionari. Numerosi medici, di origine borghese, rappresentavano di fatto una casta di speculatori. Gli insegnanti costituivano un gruppo relativamente numeroso di intellettuali, che soddisfacevano solo fino a un certo punto le esigenze del passato regime. Ad eccezione di alcuni vecchi professori, gli insegnanti elementari conducevano una vita assai vicina a quella del popolo e, pur non vivendo in condizioni di indigenza, la loro situazione economica lasciava molto a desiderare. Per quanto riguarda gli artisti, e intendo parlare dei pittori, essi erano poco numerosi; quanto agli attori di teatro e ai musicisti di professione, o mancavano del tutto o erano molto pochi e, per vivere, erano diventati maestri di scuola, per cui non avevano realmente la possibilità di esercitare liberamente la loro professione. Questi erano dunque gli intellettuali che abbiamo ereditato dai passati regimi, e questa era la loro situazione economica e sociale.
La rivoluzione popolare ha modificato la forma e il contenuto del regime: essa si è dedicata alla grande impresa di sviluppare su basi nuove l'economia nazionale, ha intrapreso la costruzione del socialismo. In pari tempo, ha dato inizio alla rivoluzione culturale. Abbiamo lavorato contemporaneamente in due direzioni: alla formazione di nuovi quadri in tutti i settori di attività e all'educazione dei vecchi quadri per dotarli di uno spirito e di una coscienza socialisti. La formazione di nuovi quadri intellettuali socialisti progredisce rapidamente e in modo soddisfacente in tutti i campi di attività e procede bene anche la rieducazione dei vecchi quadri.
Non bisogna, tuttavia dimenticare che né i nuovi intellettuali popolari né i vecchi intellettuali sono insensibili alle antiche sopravvivenze borghesi e piccolo-borghesi, né all'influenza della propaganda e dell'ideologia borghesi.
Queste sopravvivenze si manifestano nella vita quotidiana e nel lavoro, sia nei giovani che nei vecchi quadri intellettuali. Esse fanno la loro apparizione nel metodo e nello stile di lavoro, nel modo di vita famigliare, nel comportamento verso la proprietà comune socialista, nel lavoro collettivo, nella mancanza di disciplina e nella violazione della morale proletaria, in atteggiamenti come l'individualismo, l'egoismo, la boria, l'arroganza, la pseudo-indipendenza e la routine nel lavoro, la mancanza di prospettiva e di spirito creativo,ecc.
Perciò, di fronte a tale situazione e viste le difficoltà di crescita e di formazione dei quadri, non dobbiamo sottovalutare né minimizzare le difficoltà, non dobbiamo accontentarci dei risultati già raggiunti, ma neppure allarmarci; è necessario, invece, elaborare un programma di lavoro e di educazione destinato agli intellettuali popolari, che consenta di preparare dei giovani quadri sani, di risanare i vecchi quadri e di eliminare in modo continuativo le dannose sopravvivenze nei giovani e nei vecchi quadri.
Un buon educatore, un buon propagandista, non è colui che si accontenta semplicemente di fare un corso teorico sul marxismo-leninismo, imbottendolo di frasi estratte dai testi dei classici, e di leggerlo dinnanzi al suo uditorio, ma colui che rende vivo, concreto il suo corso di marxismo-leninismo, che lo materializza con esempi tratti dalla vita quotidiana e adeguandolo al livello dei suoi ascoltatori. Fare un arido corso di marxismo-leninismo non è di grande utilità, e piccolissimo sarà, in effetti, il numero di coloro che andranno ad ascoltarlo, non perché non ne sentano il desiderio, ma perché non lo capiscono. Chi fa il suo corso in quella maniera è, a mio parere, una persona incolta, un semi-intellettuale tagliato fuori dalla vita e dalla pratica. Non fa che ripetere le frasi dei classici del marxismo che l'ascoltatore, in fondo, può leggersi per conto suo. L'elemento essenziale che manca al nostro propagandista del marxismo-leninismo, l'elemento senza il quale egli non è in grado di animare la sua conferenza, è la conoscenza della composizione del suo uditorio, della categoria di persone che egli raccoglie intorno a sé, del loro lavoro, delle loro idee, della loro concezione del mondo, delle cose che sanno e di quelle che non sanno affatto o falsamente.
Il propagandista teme di non essere in grado di rispondere, e quelli che gli pongono delle domande hanno paura di veder male interpretati i loro interventi. Così, da una parte e dall'altra, viene compiuto un lavoro meccanico. L'uditorio finisce spesso col non frequentare più il corso, perché non trova quello che cerca. Quanto all'educatore o al propagandista, egli pensa e afferma di aver fatto il suo dovere, perché ha il suo corso in tasca e non gli rimane altro che leggerlo meccanicamente ai suoi ascoltatori.
Le persone colte possono trovare più facile lo studio della teoria marxista-leninista, ma può darsi anche che la trovino difficile e talvolta persino incomprensibile.
Dobbiamo fare in modo che i nostri propagandisti siano istruiti o si sforzino di diventarlo. Quelli che lo sono già, debbono spogliarsi delle tare della loro vecchia cultura, cioè misurare col termometro del marxismo-leninismo tutto ciò che hanno già imparato, e quando constatano che, per quanto riguarda certe loro concezioni, essi hanno, per così dire, la febbre, devono curarsi. Alcuni lo fanno con successo, e il marxismo-leninismo diventa allora per loro una vera bussola. Non si sbagliano più con facilità e sanno insegnare anche agli altri questo metodo infallibile. Coloro che non seguono questa strada non arrivano a sbarazzarsi delle tare del passato, si vantano di capire il marxismo, fanno dei corsi stereotipati e, spesso, pur disconoscendo di marxismo, nel loro intimo non vi aderiscono affatto. È evidente che, in quest'ultimo caso, essi sono pericolosi o dannosi.
Ma i nostri propagandisti non sono tutti colti. Siamo ancora ben lontani dal livello necessario. Che fare allora? Ridurre l'ampiezza del sistema educativo? No, dobbiamo formare dei propagandisti, e insegnar loro i principi fondamentali della filosofia marxista in stretto legame con la vita, con la pratica.
Essi stessi debbono arrivare a convincersi che questi principi filosofici non sono degli “spauracchi”, ma dei concetti del tutto assimilabili, ma chi chiarirà loro questi principi? Prima di tutto la vita, la lotta, il lavoro quotidiano.
Parallelamente alle forme di educazione marxista-leninista, sono stati organizzati molti corsi e conversazioni attinenti ai problemi di carattere politico, tecnico, etico,ecc. Sono stati istituiti ovunque si lavora, si crea, si lotta. Benché vi siano molti riempitivi in questi corsi, essi debbono costituire un punto di partenza per l'educazione marxista-leninista delle persone e degli intellettuali.
Il lavoro quotidiano nel suo sviluppo, lo sforzo creativo, il metodo di insegnamento, un'operazione eseguita su un malato o la diagnosi di una malattia, la razionalizzazione della produzione, la norma lavorativa, il salario, l'interpretazione di un ruolo, e così via, tutto dev'essere considerato in stretto legame con i principi della nostra filosofia marxista-leninista. Se questo legame viene realizzato nel modo dovuto, i vari argomenti saranno più facilmente trattati dal conferenziere e più facilmente compresi dall'ascoltatore.
Ora, le organizzazioni di partito non prestano a questo problema la dovuta attenzione. I centri di studio del partito non si preoccupano nel modo dovuto di questi problemi. I responsabili di questi centri credono che le forme di educazione risolveranno tutti i problemi e si limitano a presentare un rendiconto infarcito di statistiche.
Anche i propagandisti non danno prova di sufficiente interesse per quanto concerne questa solida forma di educazione preliminare, e non cercano di verificare nella vita, nella pratica dell'edificazione socialista, le formule marxiste di qui si sono riempiti la testa. Ciò è estremamente grave. Si dice che queste conferenze stanno diventando noiose, e può darsi benissimo che sia così. Dobbiamo modificarne la natura, affinché da noiose diventino interessanti. Chi lo farà? Il partito, sicuramente. E all'inizio, non solo le persone incolte o insufficientemente istruite non avranno il compito facile, ma le stesse persone colte incontreranno delle difficoltà in questo campo. Ma se la teoria sarà legata alla pratica, alla vita, allora tutto diventerà meno arduo. Rare sono, da noi, le persone che conoscono la teoria marxista-leninista in modo approfondito e come l'hanno formulata Marx, Engels, Lenin, Stalin, ecc., ma numerosissimi, invece, sono coloro che lavorano, eseguono e creano applicando gli insegnamenti del marxismo-leninismo, e per questo non commettono errori. Che cosa significa questo? Significa che il partito ha insegnato ai quadri il marxismo-leninismo, ne ha fatto uno strumento unico nel suo genere, un'arma magnifica di direzione e di azione. Ciò significa, dunque, che il marxismo-leninismo non è estraneo a queste decine e centinaia di migliaia di persone in Albania; significa che esse lo conoscono, che seguono i suoi insegnamenti in ogni lavoro, che non possono vivere, costruire e creare senza l'appoggio di questa teoria. Di fatto, noi abbiamo riportato immensi successi, abbiamo un partito forte, fortissimo, marxista-leninista, di tipo nuovo, un partito che segue una linea giusta e resta fedele al marxismo-leninismo. Il partito è composto di uomini, di uomini d'avanguardia ai quali il marxismo-leninismo non è estraneo. Dobbiamo dunque rafforzare ancor più l'educazione marxista-leninista dei quadri, dei nostri intellettuali, e non considerarla in modo troppo ristretto, limitandola soltanto alle forme di educazione del partito, perché, se noi la considereremo così, dimenticheremo la vita, la lotta, le realizzazioni, e resteremo attaccati al solo aspetto della teoria. È quanto debbono comprendere coloro che si occupano dell'agitazione e della propaganda nel partito, i dirigenti del partito nelle fabbriche, nelle cooperative, nelle scuole e negli ospedali; è quanto debbono comprendere i dirigenti della gioventù, dovunque si lavori, si lotti o si crei. È qui che la teoria dev'essere verificata, è qui dove i quadri potranno meglio armarsi della teoria marxista-leninista.
Può darsi benissimo che delle persone colte, per esempio dei medici o dei professori, non arrivino a comprendere un corso teorico sul materialismo dialettico e storico. Ma se si comincia anzitutto a parlar loro della loro pratica e del ramo scientifico al quale si dedicano, e a questa pratica vengono collegati alcuni principi fondamentali del materialismo, allora essi li capiranno assai presto. Se, più tardi, si terrà per loro un corso puramente teorico sul materialismo, essi saranno certamente in grado di comprenderlo.
Lo stesso vale per l'operaio di fabbrica, che è perfettamente a conoscenza dei salari, dei prezzi, delle norme del suo lavoro,ecc. Si tratta di problemi che egli si trova costantemente ad affrontare, ed egli cerca di risolverli per la via marxista. Quando si trattano dinanzi a lui questi problemi, bisogna aver cura di ricollegarli ad alcuni principi della filosofia marxista; ciò lo aiuterà a comprenderli, e se più tardi gli si parlerà della teoria del plusvalore, potete star sicuri che questa volta la capirà bene, forse meglio del propagandista o dell'agitatore. Lo stesso può dirsi per qualsiasi altro problema e in qualsiasi altro settore.
Quando si trattano questioni teoriche dinnanzi a certi compagni, essi alzano le braccia sostenendo che “si tratta di questioni troppo ardue, che l'economia politica è difficile, che questo è difficile, che quest'altro è difficile”.
Ma, in realtà, non è così. Questi compagni hanno fatto un lungo tirocinio nella direzione, possiedono un'immensa esperienza nelle questioni economiche. Conoscono come meglio non si potrebbe l'economia politica nella vita e nella pratica; la conoscono dunque meglio di quella che viene insegnata nei libri e non hanno niente da invidiare a quelli che tengono i corsi.
Essi temono, tuttavia, i testi e temono gli incaricati dei corsi. Sarebbe più giusto dire che hanno paura delle frasi. I bei giri di frase li mettono in imbarazzo. Ma per il partito è sufficiente che le persone conoscano l'essenza dei problemi, che siano in grado nella vita di fare buon uso degli insegnamenti che ne discendono; quanto alle belle frasi, il professore le tenga per sé. Se le ricordi, certo, perché è necessario che egli sappia enunciare chiaramente i fenomeni, in quanto il suo mestiere lo esige, ma non dimentichi neppure che il suo mestiere gli chiede di rendere la teoria comprensibile agli allievi, di esporla chiaramente collegandola alla vita, alla pratica quotidiana, e di non spaventare la gente con oscure frasi filosofiche. Io non dico che la filosofia sia cosa facile, ma essa non è neppure uno “spauracchio”. A noi comunisti tutto è accessibile, ma anche in questo campo, come in tutti gli altri, non si arriva a nulla senza sforzo.
Opere, vol.XV
note
- tesi preparate per essere sottoposte alla discussione dell'esecutivo del comitato di partito di Tirana nella sua riunione del 21 marzo 1958, che doveva esaminare il rapporto “Sul lavoro di educazione degli intellettuali”.
- Nel suo trattato della “Repubblica” Platone descrive lo “stato ideale” fondato sulla divisione del lavoro fra le caste dei cittadini liberi: 1) i magistrati e i filosofi; 2) i guerrieri; 3) gli artigiani e gli agricoltori. Secondo Platone, ogni casta dovrebbe svolgere unicamente le sue funzioni e non intervenire in quelle delle altre. La casta dei guerrieri si vedeva negare il diritto alla proprietà privata e alla famiglia, per poter meglio consacrarsi alla difesa dello stato.
- Teoria antiscientifica e reazionaria di Malthus (1766-1834), secondo la quale l'impoverimento dei lavoratori non proviene dall'oppressione e dallo sfruttamento di cui sono vittime ad opera delle classi ricche, ma è, a suo dire, la conseguenza dell'immutabile legge dell'aumento in progressione aritmetica dei mezzi di sussistenza e dell'aumento in progressione geometrica della popolazione.
- Teoria reazionaria borghese della fase di transizione dal capitalismo all'imperialismo, che servì da fondamento ideologico al fascismo. Secondo questa teoria, la forza dominante nella società è la volontà. L'evoluzione storica dipende dalla volontà di potenza dell'individuo; le masse sono delle “schiave”, sono le “moltitudini” destinate ad essere eternamente sottomesse alle classi dominanti.

