sabato 6 febbraio 2021

Su alcune questioni concernenti le comuni popolari (1958)



Inizio a pubblicare degli scritti di Mao, sempre dai compagni CARC, per comprendere meglio un passaggio tanto dibattuto come il Grande Balzo in Avanti, contro cui si scaglia con vemenza sia la propaganda capitalista che quella della cricca denghista revisionista. 

Risoluzione adottata dalla sesta sessione plenaria dell’ottavo Comitato centrale del Partito comunista cinese svoltasi a Wuchang nella prima metà di dicembre(1). 

Nel 1958 è apparsa una nuova organizzazione sociale, nuova come il sole del mattino sul vasto orizzonte dell’Asia orientale. È la grande comune popolare nelle zone rurali del nostro paese, che combina l’industria, l’agricoltura, il commercio, l’istruzione e gli affari militari e nella quale il governo, l’amministrazione e la gestione della comune sono integrati. Fin dalla loro prima apparizione, le comuni popolari, con la loro immensa vitalità, hanno attirato l’attenzione generale. Il movimento per l’istituzione di comuni popolari si è esteso rapidamente. In pochi mesi, a partire dall’estate del 1958, oltre 740.000 cooperative di produzione agricola, rispondendo all’entusiastica richiesta delle masse di contadini, si sono riorganizzate in più di 26.000 comuni popolari. Più di 120 milioni di famiglie, ossia più del 99 per cento di tutte le famiglie contadine delle varie nazionalità della Cina, sono entrate a far parte delle comuni popolari. Ciò mostra che l’emergere delle comuni popolari non è casuale; è il risultato dello sviluppo economico e politico del nostro paese, il risultato della campagna di rettifica socialista condotta dal partito, della linea generale del partito per la costruzione socialista e del grande balzo in avanti nella costruzione del socialismo compiuto nel 1958. 

Benché le comuni popolari rurali siano state istituite soltanto da poco tempo, le masse contadine sono già coscienti degli ovvi benefici che hanno portato loro. La forza-lavoro e i mezzi di produzione possono essere gestiti e impiegati in maniera unificata su una scala maggiore di prima; questo ne assicura l’utilizzazione ancor più razionale ed efficace e di conseguenza lo sviluppo della produzione sarà ulteriormente facilitato. Sotto la direzione unificata della comune, l’industria, l’agricoltura (che include la coltivazione dei campi, la silvicoltura, l’allevamento, le lavorazioni ausiliarie e la pesca), il commercio, l’istruzione e gli affari militari sono stati coordinati rigorosamente e si sono sviluppati rapidamente. In particolare, nelle zone rurali sono spuntate migliaia e decine di migliaia di piccole fabbriche. Per venire incontro alle pressanti richieste delle masse, le comuni popolari hanno creato un gran numero di mense pubbliche, di scuole materne, di asili nido, di case di riposo per anziani e altre istituzioni per il benessere collettivo che hanno, in modo particolare, emancipato completamente le donne da un destino che per migliaia di anni le ha legate a un duro e spiacevole lavoro domestico e hanno fatto nascere larghi sorrisi sui loro volti. Come risultato dei raccolti abbondanti, molte comuni hanno istituito un sistema di distribuzione che combina il sistema salariale col sistema dell’assegnazione gratuita; la massa dei contadini, uomini e donne, hanno cominciato a ricevere un proprio salario e quelle famiglie che in passato dovevano costantemente preoccuparsi per i loro pasti quotidiani e per la legna da ardere, il riso, l’olio, il sale, la salsa di soia, l’aceto e i legumi, sono ora in grado di “mangiare senza pagare”. In altre parole esse godono del più importante e del più sicuro sistema di sicurezza sociale. Per i contadini tutto ciò costituisce una novità storica. I livelli di vita dei contadini sono migliorati ed essi sanno dall’esperienza pratica e dalle prospettive di sviluppo delle comuni popolari che in futuro vivranno ancora molto meglio. 

Lo sviluppo del sistema delle comuni popolari rurali ha un significato ancor più profondo e di più vasta portata. Ha mostrato al popolo del nostro paese la via della graduale industrializzazione delle zone rurali, la via della graduale transizione dalla proprietà collettiva alla proprietà di tutto il popolo, la via verso la graduale transizione dal principio socialista “a ciascuno secondo il suo lavoro”, al principio comunista “a ciascuno secondo i suoi bisogni”, la via verso la graduale attenuazione e infine l’eliminazione delle differenze tra città e campagna, tra operai e contadini e tra lavoro intellettuale e lavoro manuale, la via verso la graduale diminuzione e infine l’eliminazione della funzione dello Stato nella vita all’interno del paese1 . 

Tutto ciò prova la correttezza e il significato storico della risoluzione Sull’istituzione delle comuni popolari nelle zone rurali, adottata, sulla base della creatività delle masse, dall’Ufficio politico del Comitato centrale del Partito comunista cinese alla Conferenza di Peitaiho nell’agosto del 1958(2) . 

Le comuni popolari sono ora diventate la regola generale in tutte le zone rurali abitate dal nostro popolo di ogni nazionalità (eccetto il Tibet e alcune altre zone). Alcuni esperimenti sono cominciati anche nelle zone urbane. Nel futuro le comuni popolari urbane, in una forma adeguata alle specifiche caratteristiche delle città, diventeranno anche strumenti per la trasformazione delle vecchie città e per la costruzione di nuove città socialiste; diventeranno gli organismi che organizzano in modo unificato la produzione, lo scambio, la distribuzione e tutte le attività relative al tenore di vita e al benessere del popolo; diventeranno organizzazioni sociali che combineranno industria, agricoltura, commercio, istruzione e affari militari; organizzazioni in cui governo, amministrazione e gestione comune sono integrati. Vi sono tuttavia alcune differenze tra città e campagna. 

In primo luogo, le condizioni delle zone urbane sono più complesse di quelle delle campagne. 

In secondo luogo la proprietà socialista di tutto il popolo è già la forma principale di proprietà nelle città; gli operai delle fabbriche e il personale delle pubbliche istituzioni e delle scuole, sotto la guida della classe operaia, sono già fondamentalmente organizzati in accordo ai principi socialisti (con l’eccezione di alcuni membri delle loro famiglie). Perciò la trasformazione delle città in comuni popolari comporta inevitabilmente aspetti diversi da quelli delle zone rurali.  

In terzo luogo l’ideologia borghese è ancora predominante tra i capitalisti e gli intellettuali delle città; essi hanno ancora esitazioni circa la costituzione di comuni popolari; così noi dovremo ancora pazientare un po’ nei loro confronti. 

Conseguentemente sarà opportuno che continuiamo a fare esperimenti e che in generale non abbiamo fretta di istituire comuni popolari su larga scala nelle città. Particolarmente nelle grandi città questo lavoro dovrà essere rimandato al futuro, limitandosi per ora alle necessarie misure preparatorie. Le comuni popolari dovranno essere istituite su larga scala solo dopo esserci fatti una ricca esperienza e quando saranno stati convinti anche gli scettici e i dubbiosi. 

Le comuni popolari rurali che sono già state costituite non hanno però ancora avuto il tempo di consolidare la loro organizzazione, di perfezionare il loro sistema di lavoro o di risolvere sistematicamente i nuovi problemi sorti con la costituzione delle comuni e concernenti la produzione, la distribuzione, il tenore di vita e il benessere, la gestione e l’amministrazione. Ciò dipende dal fatto che le comuni sono state poste in essere solo di recente e la maggior parte di esse, dopo la loro costituzione, si sono gettate nel pesante lavoro del raccolto autunnale, arando e seminando e nella campagna nazionale per il ferro e l’acciaio. 

L’esperienza nella conduzione e nello sviluppo positivo delle comuni popolari è tuttora insufficiente. Approcci differenti ad alcune questioni sono inevitabili. Attualmente, i compiti urgenti sono: raggiungere rapidamente una unità di vedute sulle comuni fra tutti i membri del partito e in seno al popolo; rafforzare la direzione nelle comuni e continuare a verificare e a consolidare la loro organizzazione, definire e perfezionare i loro sistemi di lavoro, potenziare l’organizzazione della produzione e della vita nelle comuni. Sforzi vigorosi devono essere fatti per rafforzare quelle comuni che sono già state fondate, cosicché esse siano in condizione di attuare con sempre maggior successo la loro grande missione, diretta a promuovere lo sviluppo delle forze produttive e della produzione. 


2. La comune popolare è l’unità di base della struttura socialista del nostro paese; essa combina industria, agricoltura, commercio, istruzione e affari militari; al contempo essa è l’organizzazione di base del potere statale socialista. La teoria marxista-leninista e l’esperienza iniziale delle comuni popolari nel nostro paese ci mettono in grado di prevedere adesso che le comuni popolari accorceranno il tempo della nostra costruzione del socialismo e costituiranno la migliore forma per realizzare, nel nostro paese, le due transizioni: in primo luogo la transizione, nelle campagne, dalla proprietà collettiva alla proprietà di tutto il popolo; in secondo luogo la transizione dalla società socialista a quella comunista. Si può anche prevedere che nella futura società comunista le comuni popolari resteranno l’unità di base della nostra struttura sociale. 

D’ora in avanti il compito che sta di fronte al popolo del nostro paese è: sviluppare rapidamente le forze produttive sociali, far avanzare l’industrializzazione del paese, l’industrializzazione delle comuni e la meccanizzazione e l’elettrificazione dell’agricoltura, attraverso una forma di organizzazione sociale quale è quella delle comuni popolari e sulla base della linea generale per la costruzione del socialismo tracciata Su alcune questioni concernenti le comuni popolari dal partito; effettuare la graduale transizione dalla proprietà collettiva socialista alla proprietà socialista di tutto il popolo, realizzando così pienamente la proprietà di tutto il popolo nell’economia socialista del nostro paese e trasformando il nostro paese in un grande paese socialista con un alto livello di sviluppo dell’industria moderna, dell’agricoltura, della scienza e della cultura. Durante questo processo gli elementi di comunismo sono destinati a crescere gradualmente e saranno essi a gettare le fondamenta delle condizioni materiali e spirituali per la transizione dal socialismo al comunismo. 

È questo un compito gigantesco ed estremamente complesso. Alla luce dell’esperienza già acquisita, stanti le concrete condizioni attuali nel nostro paese, è possibile che la proprietà socialista di tutto il popolo possa essere pienamente realizzata un po’ prima, ma comunque non sarà molto presto. Benché il passo a cui avanziamo sia abbastanza rapido, ci vorrà ancora un tempo abbastanza lungo per realizzare, su larga scala, l’industrializzazione del nostro paese, l’industrializzazione delle comuni, la meccanizzazione e l’elettrificazione dell’agricoltura e la costruzione di un paese socialista con un’industria moderna, un’agricoltura, una scienza e una cultura altamente sviluppate. Tutto questo processo richiederà quindici, venti o più anni per essere portato a compimento, a partire da adesso. 

Gli imperialisti e i loro lacchè dicono che questo tempo non ci basterà a costruire un’industria moderna, un’agricoltura, una scienza e una cultura altamente sviluppate e che non saremo capaci di raggiungere la nostra meta. Conosciamo questa canzone e non dobbiamo farci caso; i fatti daranno a questa gente più di una lezione. Ma ci saranno anche persone che diranno che questo tempo è troppo lungo: sono persone bene intenzionate, appartenenti alle nostre stesse file, ma troppo smaniose. Pensano che la costruzione di un’industria moderna altamente sviluppata o persino il raggiungimento del comunismo siano cose molto facili. Pensano che la proprietà nella comune popolare è già adesso della stessa natura della proprietà di tutto il popolo e che molto presto, o anche subito ora, si possa metter da parte il principio socialista “a ciascuno secondo il suo lavoro” e adottare il principio comunista a “ciascuno secondo i suoi bisogni”. Di conseguenza costoro non riescono a capire perché il sistema socialista dovrà continuare per un tempo molto lungo. Il loro punto di vista, ovviamente, è sbagliato e va eliminato. 

Va messo in chiaro che il passaggio dalle cooperative di produzione agricola alle comuni popolari, la transizione dalla proprietà socialista collettiva alla proprietà socialista di tutto il popolo e la transizione dal socialismo al comunismo, sono processi interconnessi, ma allo stesso tempo distinti l’uno dall’altro. 

Prima di tutto il passaggio dalle cooperative di produzione agricola alle comuni popolari ha allargato e rafforzato la proprietà collettiva esistente e ha in sé certi elementi della proprietà di tutto il popolo. Ma ciò non vuol dire che la proprietà collettiva nelle campagne sia stata trasformata nella proprietà di tutto il popolo. Tutta la campagna cinese ha ora effettuato il passaggio alle comuni popolari, ma passerà un certo periodo di tempo prima che la proprietà di tutto il popolo sia realizzata in tutte le campagne. 

È vero, la costituzione delle comuni popolari ha aggiunto certi elementi della proprietà di tutto il popolo all’economia della proprietà collettiva. Questo perché le comuni popolari rurali e le organizzazioni di base dello Stato si sono combinate in una cosa sola; perché le banche, i magazzini e alcune altre imprese di proprietà di tutto il popolo, che esistevano già prima nelle campagne, sono state poste sotto la gestione delle comuni; perché le comuni hanno preso parte alla costituzione di certe imprese industriali e di altro genere che sono per loro natura di proprietà di tutto il popolo; perché in molti distretti le federazioni distrettuali delle comuni, esercitando una direzione unificata sopra tutte le comuni popolari del distretto, hanno lo scopo e il potere di impiegare una certa porzione della forza-lavoro, delle risorse materiali e finanziarie delle comuni, per realizzare progetti di costruzione su scala distrettuale o anche più vasta (questo è già cominciato in molte zone) e così via. Ma al presente i mezzi di produzione e i prodotti delle comuni popolari rurali sono, nel complesso, ancora posseduti collettivamente dalle comuni e differiscono da quelli delle imprese di proprietà statale che appartengono a tutto il popolo. Sia la proprietà collettiva che la proprietà di tutto il popolo sono proprietà socialiste, ma la seconda è più avanzata, perché lo Stato, rappresentando l’intero popolo, può effettuare direttamente una razionale distribuzione unificata dei mezzi di produzione e dei prodotti delle imprese possedute da tutto il popolo, secondo le esigenze dell’economia nazionale nel suo complesso, mentre questo non può essere fatto per quanto riguarda le imprese condotte in regime di proprietà collettiva, incluse le esistenti comuni popolari rurali. Dire che la proprietà ora esistente nelle comuni popolari rurali è già proprietà di tutto il popolo non è conforme alla realtà. 

Per promuovere la transizione graduale dalla proprietà collettiva alla proprietà di tutto il popolo è opportuno che ogni distretto costituisca la propria federazione di comuni. Negli anni a venire, sulla base del vigoroso sviluppo della produzione e dell’elevamento dell’unità politica del popolo, tali federazioni dovrebbero fare i passi opportuni per aumentare gradualmente la quota dei loro mezzi di produzione di proprietà di tutto il popolo e la quota dei loro prodotti soggetta alla distribuzione statale unificata e, quando le condizioni siano mature, trasformare la proprietà collettiva in proprietà di tutto il popolo. Se non si prendono per tempo provvedimenti per promuovere e portare a compimento questa trasformazione e se si mantiene inalterata indefinitamente la proprietà collettiva esistente, col risultato che i membri delle comuni limitano la loro attenzione al campo relativamente ristretto degli interessi del loro collettivo, il continuo sviluppo delle forze sociali produttive e la continua crescita della coscienza politica del popolo subiranno un rallentamento. Ciò non è bene. Va comunque sottolineato che oggi la proprietà collettiva gioca ancora un ruolo positivo nello sviluppo della produzione nelle comuni popolari rurali. Quanto presto si attuerà la transizione dalla proprietà collettiva alla proprietà di tutto il popolo, sarà determinato da fattori obiettivi (il livello dello sviluppo produttivo e il livello della coscienza politica del popolo) e non dalle semplici buone intenzioni. Così questa transizione Su alcune questioni concernenti le comuni popolari sarà realizzata per stadi e a gruppi e solo dopo un periodo considerevole sarà completata su scala nazionale. Coloro che non comprendono ciò, confondono la costituzione delle comuni popolari con la realizzazione della proprietà di tutto il popolo; facendo immensi sforzi per abolire prematuramente la proprietà collettiva nelle campagne e cercando di passare con troppa fretta alla proprietà di tutto il popolo, non opereranno giustamente e perciò non riusciranno nel loro intento. 

Inoltre, il passaggio dalla proprietà collettiva socialista alla proprietà socialista di tutto il popolo non equivale al passaggio dal socialismo al comunismo. Ancor di meno vi equivale il passaggio dalle cooperative di produzione agricola alle comuni popolari. Il passaggio dal socialismo al comunismo richiederà molto più tempo che il passaggio dalla proprietà collettiva socialista alla proprietà socialista di tutto il popolo. 

È vero, il sistema dell’assegnazione gratuita adottato dalle comuni popolari contiene i primi germogli del principio comunista “a ciascuno secondo i suoi bisogni”; la politica attuata dalle comuni popolari di dirigere simultaneamente l’industria e l’agricoltura e di combinarle, ha aperto la via per ridurre le differenze tra città e campagna e tra operai e contadini e quando le comuni popolari rurali passeranno dalla proprietà socialista collettiva alla proprietà socialista di tutto il popolo gli elementi di comunismo cresceranno ulteriormente. Di tutto questo bisogna prendere atto. Vi è di più. Con la sempre maggior abbondanza di prodotti grazie ai continui progressi dell’industria e dell’agricoltura in tutto il paese, col graduale aumento della quota di quanto è distribuito gratuitamente, con la consistente crescita del livello della coscienza comunista del popolo, con la graduale diminuzione delle differenze tra lavoro manuale e lavoro intellettuale, con la graduale diminuzione della funzione del potere statale nella vita interna del paese, ecc., le condizioni per la transizione al comunismo matureranno gradualmente. Naturalmente non è bene ignorare o perfino ostacolare questa linea di sviluppo e relegare il comunismo in un futuro lontano. 

Ciononostante ogni marxista deve chiaramente riconoscere che la transizione dal socialismo al comunismo è un processo di sviluppo abbastanza lungo e complicato e che in tutto il corso di questo processo la società rimane di tipo socialista. La società socialista e quella comunista sono due stadi che si differenziano in base ai gradi diversi dello sviluppo economico. Il principio socialista è “da ciascuno secondo le sue capacità e a ciascuno secondo il suo lavoro”; il principio comunista è “da ciascuno secondo le sue capacità e a ciascuno secondo il suo bisogno”. Il sistema di distribuzione comunista è più razionale; ma può essere messo in atto solo quando la produzione sociale è molto abbondante. In mancanza di questa condizione, qualsiasi negazione del principio “a ciascuno secondo il suo lavoro” influirà negativamente sull’entusiasmo della gente per il lavoro e sarà perciò svantaggioso per lo sviluppo della produzione e l’aumento del prodotto sociale e quindi per la rapida realizzazione del comunismo. Per questa ragione, nel reddito dei membri della comune la quota che costituisce il salario pagato in proporzione al lavoro prestato deve occupare un posto importante per un lungo periodo e il primo posto durante un certo tempo. Al fine di incoraggiare l’entusiasmo per il lavoro nei membri della comune e anche di facilitare la soddisfazione dei loro complessi bisogni quotidiani, le comuni devono sforzarsi di aumentare gradualmente i salari dei loro membri e, per un certo numero di anni a venire, devono aumentarli a un saggio più rapido di quello della quota del loro reddito consistente in assegnazioni gratuite. Anche dopo la transizione dalla proprietà collettiva alla proprietà di tutto il popolo, le comuni popolari, per il periodo di tempo necessario, continueranno ad applicare il sistema “a ciascuno secondo il suo lavoro”, a causa del fatto che il prodotto sociale non sarà abbastanza abbondante da poter realizzare il comunismo. Qualsiasi tentativo prematuro di negare il principio “a ciascuno secondo il suo lavoro” e di sostituirlo col principio “a ciascuno secondo i suoi bisogni”, ossia qualsiasi tentativo di entrare nel comunismo facendo il passo più lungo della gamba quando le condizioni non sono mature, è indubbiamente un concetto utopistico che non ha alcuna possibilità di successo. 

Sia la transizione dalla proprietà socialista collettiva alla proprietà socialista di tutto il popolo che la transizione dal socialismo al comunismo, devono essere subordinate a un certo livello di sviluppo delle forze produttive. I rapporti di produzione devono essere adeguati alla natura delle forze produttive e solo quando le forze produttive si sono sviluppate a un certo livello si generano determinati mutamenti nei rapporti di produzione: questo è un principio fondamentale del marxismo. I nostri compagni devono mettersi in mente che il presente livello di sviluppo delle forze produttive nel nostro paese è dopo tutto ancora molto basso. Tre anni di dura lotta, più diversi anni di lavoro vigoroso possono dar luogo a un grande cambiamento nel volto economico del paese. Ma anche allora vi sarà ancora un considerevole cammino da percorrere per raggiungere le mete di un alto grado di industrializzazione di tutto il paese e della meccanizzazione ed elettrificazione della nostra agricoltura; vi sarà una distanza ancor più lunga da colmare per raggiungere le mete di una grande abbondanza di prodotti sociali, di un grande alleggerimento della fatica e di una netta riduzione delle ore lavorative. Senza tutte queste cose ovviamente è impossibile parlare di passaggio a un più alto grado di sviluppo della società umana: il comunismo. Perciò, dal momento che noi siamo votati alla causa del comunismo, dobbiamo prima di tutto votarci allo sviluppo delle nostre forze produttive e a lavorare intensamente per realizzare il nostro piano di industrializzazione socialista. Non dobbiamo fare dichiarazioni senza fondamento, secondo cui le comuni popolari “realizzeranno la proprietà di tutto il popolo immediatamente” o perfino “entreranno immediatamente nel comunismo” e così via. Fare simili cose non è solo un’espressione di avventatezza, ma svilirà di molto la bandiera del comunismo nell’opinione del popolo, distorcerà il grande ideale del comunismo e lo volgarizzerà, rafforzerà le tendenze piccolo-borghesi all’egualitarismo e farà da freno allo sviluppo della costruzione socialista. 

Sulla questione della transizione dal socialismo al comunismo, non dobbiamo né fermarci allo stadio socialista né cadere nel sogno utopistico di saltare lo stadio socialista e di balzare in avanti allo stadio comunista. Noi siamo sostenitori della teoria marxista-leninista della rivoluzione ininterrotta; siamo convinti che nessuna grande muraglia esista, o possa essere ammessa, tra la rivoluzione democratica e la rivoluzione socialista e tra il socialismo e il comunismo. Al tempo stesso siamo sostenitori della teoria marxista-leninista dello sviluppo della rivoluzione per tappe; siamo convinti che le diverse tappe dello sviluppo riflettono mutamenti qualitativi e che queste tappe qualitativamente differenti non devono essere confuse. L’Ufficio politico del Comitato centrale ha chiaramente sottolineato, nella risoluzione di agosto Sull’istituzione delle comuni popolari nelle zone rurali, che nel caso delle comuni popolari “la transizione dalla proprietà collettiva alla proprietà di tutto il popolo è un processo il cui compimento può richiedere meno tempo, tre o quattro anni, in un posto e un tempo più lungo, cinque o sei anni o anche di più, altrove. Anche col compimento di questa transizione, le comuni popolari, come l’industria di proprietà dello Stato, hanno ancora un carattere socialista, cioè vi prevale il principio ‘da ciascuno secondo la sua capacità e a ciascuno secondo il suo lavoro’. Dopo alcuni anni il prodotto sociale diverrà molto abbondante; la coscienza e l’etica comunista di tutto il popolo saranno portate a un più alto livello; si raggiungerà l’istruzione universale e il suo livello sarà innalzato; le differenze tra operai e contadini, tra città e campagna, tra lavoro intellettuale e lavoro manuale, tutte eredità della vecchia società che inevitabilmente si sono trascinate nel periodo socialista, e i residui del diritto ineguale borghese, che sono il riflesso di queste differenze, gradualmente svaniranno; la funzione dello Stato sarà limitata alla protezione del paese dall’aggressione esterna ed esso non giocherà più alcun ruolo all’interno. Allora la società cinese entrerà nell’era del comunismo in cui sarà praticato il principio ‘da ciascuno secondo le sue capacità e a ciascuno secondo i suoi bisogni’”. Al fine di togliere di mezzo le concezioni erronee circa le comuni popolari si devono portare avanti seriamente, entro il partito e in seno al popolo cinese, una propaganda ed educazione estensive e ripetute, basate su questo punto di vista marxista-leninista. 


3. Le comuni popolari devono pianificare la loro produzione, i loro scambi, il loro consumo e la loro accumulazione. Bisogna che i loro piani siano congruenti con i piani dello Stato e che siano sottoposti alla verifica dell’amministrazione dello Stato. Nel mettere in atto i loro piani le comuni popolari dovranno al tempo stesso sia sviluppare pienamente le loro specifiche caratteristiche sia procedere con spirito d’iniziativa e con creatività. 

Lo sviluppo della produzione è la chiave per consolidare e migliorare le comuni popolari. La corretta politica delle comuni popolari per lo sviluppo della produzione dovrà essere: assicurare lo sviluppo simultaneo dell’industria e dell’agricoltura, della produzione per l’autoconsumo e della produzione di merci, in conformità ai principi della pianificazione unificata di Stato, dell’adattamento alle condizioni locali e della conduzione delle comuni con diligenza e parsimonia. In tutti i campi della produzione e della costruzione di base deve essere strettamente praticato il risparmio; devono essere preparati piani accurati; le risorse di manodopera, materiali e finanziarie devono essere utilizzate il più razionalmente possibile; devono essere ridotti i costi di produzione; devono essere limitate le spese e aumentate le entrate; bisognerà prevenire e combattere le spese voluttuarie e lo spreco cui si abbandonano certi funzionari delle comuni quando i raccolti sono abbondanti. 

Nella produzione agricola, l’aratura superficiale, la coltura estensiva e la “grande estensione a basso rendimento” dovranno essere gradualmente rimpiazzate dall’aratura in profondità, dalla coltura intensiva e dalla “piccola estensione ad alto rendimento”. Si dovrà prestare alla coltivazione dei campi la stessa cura meticolosa che si presta al giardinaggio e la produzione agricola dovrà essere meccanizzata ed elettrificata per ottenere un grande incremento della resa per mu e della produttività del lavoro, in modo da ridurre gradualmente l’area soggetta a coltivazione e la forza-lavoro occupata in agricoltura. Dovremo sforzarci di raggiungere una media annuale fra i 2 e i 3 mila chin, ossia fra una tonnellata e una tonnellate e mezza di cereali pro capite entro un periodo relativamente breve. Una volta risolto il problema dei cereali, la parte del prodotto agricolo totale occupata da cotone, lino, yuta, semi di soia, piante oleaginose, piante da zucchero, tè, tabacco, piante medicinali e altre piante industriali dovrà gradualmente aumentare. Inoltre grande attenzione dovrà essere dedicata allo sviluppo della silvicoltura, dell’allevamento, delle attività collaterali e della pesca. In breve, così come sul fronte industriale, una grande rivoluzione deve essere condotta su tutti i fronti dell’agricoltura: coltivazione dei campi, silvicoltura, allevamento, attività collaterali e pesca, così da cambiare completamente il volto dell’agricoltura. 

In passato il popolo spesso era preoccupato per la “nostra sovrappopolazione” e la relativamente scarsa disponibilità di terra coltivabile. Ma questa idea è stata spazzata via nei fatti dal nostro raccolto record del 1958. Quanto più noi avremo successo nel divulgare seriamente la ricca esperienza acquisita nell’ottenere un alto rendimento mediante l’aratura in profondità, la coltura intensiva, la fertilizzazione strato per strato, la piantagione intensiva e razionale, tanto più troveremo che la disponibilità di terreno arabile non è troppo limitata bensì considerevole e che la questione non è tanto la sovrappopolazione quanto la scarsità della forzalavoro. Questo sarà un grandioso cambiamento. Entro un certo numero di anni, condizioni locali permettendo, dovremo cercare di ridurre l’area seminata per il raccolto annuale, diciamo a circa un terzo di quanto è attualmente. Parte della terra così recuperata potrà essere lasciata a maggese a rotazione o essere usata per il pascolo o per la coltivazione di sovescio (concime vegetale); il rimanente può essere usato per il rimboschimento, per riserve idriche o per la coltivazione estensiva di fiori, arbusti e alberi in modo da trasformare tutta la nostra terra, con le sue pianure, colline e acque in un giardino. In tal modo in primo luogo sarà possibile economizzare grandemente l’uso dell’acqua e della forza-lavoro e aumentare considerevolmente la fertilità del suolo; in secondo luogo si potrà utilizzare pienamente ogni montagna, fiume, foresta e pascolo e la gestione complessiva della coltivazione, della silvicoltura, dell’allevamento, delle attività collaterali e della pesca migliorerà molto; in terzo luogo il nostro ambiente naturale sarà trasformato e l’intero paese abbellito. 

È questo un grande ideale che può essere realizzato. Le comuni popolari in tutte le campagne devono lavorare per realizzare questo scopo. 

Le comuni popolari devono dedicarsi in misura ampia all’industria. Lo sviluppo dell’industria da parte delle comuni popolari non solo accelererà l’industrializzazione del paese nel suo complesso, ma promuoverà anche la realizzazione della proprietà di tutto il popolo nei distretti rurali e ridurrà le differenze tra città e campagna. A seconda delle differenti condizioni di ciascuna comune popolare, una parte adeguata della forza-lavoro dovrà essere trasferita, gradualmente, dall’agricoltura all’industria, così da sviluppare, in accordo col piano, la produzione di fertilizzanti, di insetticidi, di attrezzi e macchinari agricoli e di materiali da costruzione; la trasformazione e l’utilizzazione multilaterale del prodotto agricolo; la produzione di zucchero, tessuti e carta; l’estrazione mineraria, la metallurgia, la produzione di energia elettrica e delle altre industrie leggere e pesanti. La produzione industriale nelle comuni popolari deve essere strettamente legata alla produzione agricola: dovrà prima di tutto servire allo sviluppo dell’agricoltura e alla meccanizzazione e all’elettrificazione delle aziende agricole; al tempo stesso dovrà servire a soddisfare le esigenze dei membri della comune di beni di consumo essenziali e servire le grandi industrie del paese e il mercato socialista. I principi “adattarsi alle condizioni locali” e “utilizzare le materie prime locali” devono essere tenuti nel dovuto conto; allo scopo di evitare l’aumento dei costi e la scarsità di forza-lavoro, sarà bene non impiantare industrie dove le materie prime sono scarse e devono essere trasportate da molto lontano. Per quanto riguarda le tecniche produttive si deve applicare il principio di collegare l’artigianato all’industria meccanizzata e i metodi indigeni con i metodi di produzione moderni. Bisogna continuare a sviluppare tutte le imprese artigianali che hanno solide basi e buone prospettive di espansione, mentre, nel contempo, si effettueranno le necessarie trasformazioni tecniche. Anche le industrie meccanizzate devono fare pieno uso di metodi indigeni e del ferro, dell’acciaio, delle macchine utensili e di altre materie prime e attrezzature prodotte con metodi indigeni; esse progrediranno gradualmente da indigene a moderne, da piccole a grandi, da un basso a un alto livello. 

Sia in campo industriale che in quello agricolo è opportuno che le comuni popolari sviluppino sia la produzione per il loro autoconsumo e per la soddisfazione diretta dei loro bisogni sia la produzione merci su scala più vasta possibile. Ogni comune popolare, a seconda delle sue caratteristiche e sotto la guida dello Stato, deve attuare la necessaria divisione del lavoro nella produzione e nello scambio di merci con altre comuni popolari e imprese di proprietà dello Stato. Solo in questo modo l’economia di tutta la nostra società può espandersi a una velocità maggiore e ogni comune potrà ottenere in cambio il macchinario e l’attrezzatura necessari per la meccanizzazione e l’elettrificazione dell’agricoltura, come pure i beni di consumo e il denaro liquido necessario a soddisfare i bisogni dei membri e pagare i loro salari e fare in modo che i salari gradualmente aumentino. Per assicurare l’esecuzione dei piani commerciali si deve dar vita a un vasto sistema di contratti tra lo Stato e le comuni e tra le comuni stesse. 

Si deve porre l’accento sul fatto che per tutto un periodo di tempo la produzione di merci da parte delle comuni popolari e lo scambio di merci tra lo Stato e le comuni e tra le comuni stesse dovranno necessariamente esistere ed essere grandemente sviluppati. Ma tale produzione e tale scambio sono diversi da quelli che avvengono nell’ambito del capitalismo, perché sono condotti in maniera unificata e sulla base della proprietà collettiva socialista dei lavoratori e non in maniera anarchica e sulla base della proprietà dei capitalisti. Un prolungato e costante sviluppo della produzione di merci e una ferma e prolungata applicazione del principio “a ciascuno secondo il suo lavoro” sono due importanti questioni di principio nell’espansione dell’economia socialista. Il partito intero dovrà essere unanime su di esse. Alcuni, cercando di “passare al comunismo” prematuramente, hanno tentato di abolire troppo presto la produzione e lo scambio di merci, di negare troppo presto il ruolo positivo delle merci, del valore, del denaro e dei prezzi. Questa linea di pensiero nuoce allo sviluppo della costruzione del socialismo e perciò è sbagliata. 


4. Le comuni popolari dovranno distribuire il proprio reddito attenendosi strettamente al principio di gestire le comuni con diligenza e parsimonia. Per accelerare l’aumento della produzione, dopo aver detratto dal reddito lordo i costi di produzione, le spese amministrative e le imposte, la quota destinata all’accumulazione dovrà essere opportunamente aumentata. Ma anche la quantità assoluta di reddito usata per far fronte alle spese individuali e collettive dei membri della comune (inclusa la quota spesa per il benessere, la cultura e l’educazione pubblica) dovrà essere aumentata di anno in anno, sulla base dello sviluppo della produzione al fine di migliorare ogni anno il tenore di vita del popolo. 

Nella distribuzione di quella parte del reddito della comune destinato ai suoi membri per il consumo occorre combinare il pagamento di salari in denaro con l’assegnazione gratuita di beni e di servizi. Questa è una forma di distribuzione socialista creata dalle comuni popolari cinesi e attualmente rappresenta ciò che le larghe masse dei membri richiedono pressantemente. Come affermato sopra, questo sistema di distribuzione ha in sé i primi germogli di comunismo, ma è essenzialmente ancora socialista, cioè basato sul principio “da ciascuno secondo le sue capacità e a ciascuno secondo il suo lavoro”. 

La divisione dell’ammontare totale del reddito destinato ai membri tra salario e assegnazione gratuita dovrà essere determinata alla luce del variare delle condizioni dello sviluppo della produzione nelle comuni. Al presente, fissando la proporzione tra salario e assegnazione gratuita, si dovrà aver quanta più cura possibile di evitare di ridurre le entrate di quei nuclei familiari che hanno relativamente pochi membri, ma dispongono di molta forza-lavoro; in generale bisognerà fare il possibile perché oltre il 90 per cento dei membri aumenti il suo reddito rispetto all’anno precedente, evitando che i rimanenti subiscano degli arretramenti. 

Al momento il campo in cui si applica l’assegnazione gratuita non dovrà essere molto vasto. L’applicazione del sistema dell’assegnazione gratuita non mira a rendere la vita del popolo uniforme come “un gioco di un solo colore”. Nel socialismo e nel comunismo i bisogni degli individui sono nell’insieme simili, ma ci sono anche differenze tra individuo e individuo. Quindi sia in futuro sia attualmente bisogna preoccuparsi di assicurare quanto più è possibile che i membri abbiano un’adeguata libertà di scelta anche entro lo schema del sistema di assegnazione gratuita. 

I salari devono essere aumentati gradualmente, via via che si espande la produzione. Attualmente, tolti gli articoli assegnati gratuitamente, le scale salariali nelle zone rurali possono, in generale, essere divise in sei o otto livelli e il livello più alto può essere da quattro a otto volte maggiore di quello più basso. Ma le differenze non devono essere molto grandi, perché se lo fossero, ciò non sarebbe conforme alle differenze che esistono nella qualità del lavoro nelle zone rurali. Talune differenze tra i livelli salariali in differenti zone sono ammissibili. Al presente, le differenze salariali nelle città sono maggiori di quelle esistenti nelle campagne e ciò è necessario. In futuro, come risultato del grande aumento della produzione, ciascuno starà molto meglio e tali differenze salariali, sia nelle città che nelle campagne, non saranno più necessarie e gradualmente spariranno. Ciò costituirà un avvicinamento all’era del comunismo. 

Le ragioni per cui i livelli salariali nelle città sono generalmente più alti che nelle campagne sono molteplici (inclusa quella che i costi della vita sono più alti nelle città) e anche questa è una situazione temporanea che andrà spiegata ai contadini. Alcuni membri delle comuni, oltre che dal lavoro nel villaggio, ricevono anche del danaro mandato a casa dai parenti lontani che abitano nelle città o altrove (come operai, soldati, funzionari e cinesi all’estero). Si dovrà agire in modo da dissuadere altri membri dall’essere troppo pignoli e protestare per questo. Nella distribuzione all’interno della comune, i membri che hanno entrate di questo genere dovranno essere trattati allo stesso modo degli altri, senza discriminazioni nelle assegnazioni gratuite e nei salari e non dovranno essere forzati a fare speciali investimenti o a dare contributi speciali alla comune. Se essi dipendono dai familiari lontani per tutto il loro sostentamento, la comune non dovrà interferire, ma potrà cessare di assegnare loro le usuali quote. Coloro che lasciano la famiglia per studiare, a parte quelli i cui bisogni sono coperti dallo Stato o possono essere coperti dalle famiglie, dovranno essere mantenuti dalla federazione delle comuni del distretto in conformità alle rette stabilite dalle scuole. 

Più il socialismo si sviluppa e quanto più abbondante diventa il prodotto sociale, tanto più abbondanti diverranno anche i mezzi di sussistenza destinati a ciascun individuo. Alcuni pensano che il passaggio alle comuni richiederà una ridistribuzione della esistente proprietà di beni di uso personale. Si tratta di una concezione sbagliata. Bisognerà render noto tra le masse che i mezzi di sussistenza posseduti dai membri (comprese le case, i vestiti, i letti e i mobili) e i loro depositi in banche e cooperative di credito, resteranno di loro proprietà anche dopo che avranno aderito alla comune e apparterranno sempre ad essi. Quando sia necessario, la comune può prendere a prestito, con il loro consenso, lo spazio abitabile eccedente appartenente ai membri, ma questi ne restano proprietari. I membri possono tenere per sé alberi isolati, piccoli utensili agricoli, piccoli attrezzi, piccoli animali domestici, il pollame; essi possono anche continuare ad attendere a piccole occupazioni domestiche collaterali, a condizione che queste non siano di ostacolo alla loro partecipazione al lavoro collettivo. 

I debiti contratti prima della costituzione delle comuni popolari non dovranno essere dichiarati estinti, indipendentemente dal fatto che intercorrano fra individui, fra la comune e i suoi membri o che siano debiti contratti dai membri della comune verso banche o cooperative di credito. Questi debiti dovranno essere pagati, laddove le condizioni lo permettano; se le condizioni attuali non lo permettono, ne dovrà essere rinviato il pagamento. 


5. La comune popolare è l’organizzatore della produzione e della vita del popolo. L’obiettivo fondamentale dello sviluppo della produzione è soddisfare al massimo i bisogni materiali e culturali sempre crescenti di tutti i membri della società. Nel dirigere il lavoro della comune, il partito deve prestare attenzione a combinare lo sviluppo ideologico, lo sviluppo della produzione, il miglioramento del livello di vita dei membri della comune. Deve aver cura delle persone e correggere la tendenza a vedere solo cose e non esseri umani. Quanto più grande è l’entusiasmo delle masse nel lavoro, tanto maggiore dovrà essere l’attenzione del partito per il loro benessere. Quanto maggiore è l’attenzione che il partito dedica al livello di vita delle masse, tanto maggiore sarà il loro entusiasmo nel lavoro. È sbagliato contrapporre la produzione e il tenore di vita del popolo l’una all’altro e credere che l’attenzione per il tenore di vita delle masse ostacoli la produzione. Naturalmente è sbagliato anche mettere l’accento unilateralmente ed eccessivamente sul miglioramento del livello di vita del popolo senza riguardo per l’innalzamento del livello di coscienza politica e per lo sviluppo della produzione e non incitare al duro lavoro in vista di interessi a lungo termine. 

I comunisti hanno sempre sostenuto che in una società comunista il lavoro sarà trasformato “da pesante fardello in piacere” e diventerà “la principale espressione della vita degli uomini”. Non c’è dubbio che in futuro la giornata lavorativa sarà notevolmente accorciata. Con lo sviluppo della meccanizzazione e dell’elettrificazione dobbiamo sforzarci di introdurre entro un certo numero di anni la giornata lavorativa di sei ore. Il duro lavoro che compiamo attualmente è precisamente rivolto a creare le condizioni per la giornata di sei ore e persino per giornate lavorative più corte in futuro. Al presente, il sistema di otto ore di lavoro effettivo e due ore di studio dovrà essere messo in opera sia nelle città che nelle campagne. Durante la stagione più impegnativa per il lavoro agricolo o quando nelle zone rurali c’è molto lavoro da svolgere, le ore di lavoro possono Su alcune questioni concernenti le comuni popolari Mao Tse-tung - OPERE 40 essere un po’ aumentate. Ma in ogni caso, otto ore per dormire e quattro ore per i pasti e il tempo libero, in tutto dodici ore, devono essere garantite ogni giorno: questo è il minimo irriducibile. È vero che attualmente vi è mancanza di manodopera, ma la soluzione va trovata nel puntare sul successo dell’operazione di ammodernamento degli attrezzi e di miglioramento dell’organizzazione del lavoro, non sull’aumento dell’orario di lavoro. Speciale attenzione deve essere prestata alla sicurezza nella produzione. Le condizioni di lavoro devono essere migliorate quanto più possibile al fine di ridurre al minimo o eliminare completamente gli incidenti sul lavoro. Deve essere assicurato un riposo adeguato alle donne, sia durante la gravidanza che dopo il parto ed esse devono anche godere del necessario riposo nel periodo mestruale, durante il quale non si può chiedere loro di svolgere un lavoro pesante, di bagnarsi i piedi in acqua fredda né di lavorare di notte. 

Le mense pubbliche devono essere ben condotte. Tutti i membri della comune devono aver la sicurezza di disporre di cibo abbondante, buono e sano, conforme alle loro abitudini nazionali e locali. Le strutture per la refezione in comune devono avere delle sale da pranzo e orti ben coltivati ed essere attrezzate per la preparazione della pasta di fagioli, di gnocchi di fagioli e di condimenti; devono allevare maiali, pecore, polli, anatre e pesci. Il cibo deve essere variato e gustoso. Si devono consultare specialisti dietologi per assicurare che il cibo contenga abbastanza calorie e tutti i principi nutritivi necessari al corpo umano. Dove sia necessario e possibile, si deve provvedere a cibo speciale per i vecchi, i bambini, i malati, le donne gravide, le puerpere e le nutrici. Si può permettere ad alcuni membri delle comuni di cucinare a casa propria. Le mense pubbliche devono essere gestite democraticamente. Il personale amministrativo e i cuochi devono essere scelti tra coloro che danno affidamento politico. È meglio che siano eletti democraticamente. 

Gli asili nido e le scuole materne devono essere ben condotti, in modo che ogni bambino possa vivere meglio e ricevere in essi un’educazione migliore che a casa propria, in modo tale che i bambini abbiano piacere a starci e i genitori siano invogliati a mandarveli. I genitori possono decidere loro stessi se sia necessario che i loro bambini vi siano ospitati a tempo pieno e possono riportarli a casa in qualsiasi momento. Al fine di condurre bene gli asili nido e le scuole materne, le comuni devono addestrare un gran numero di assistenti per l’infanzia e insegnanti specializzati. Le case di riposo per gli anziani devono essere ben condotte in modo da provvedere alloggi migliori per quei vecchi che non hanno figli che si prendono cura di loro (coloro che sono eleggibili per le “cinque garanzie”). 

Le comuni devono assicurare la buona conduzione delle scuole primarie e secondarie e dell’educazione per adulti. Nelle zone rurali di tutto il paese dovrà essere istituita l’istruzione universale primaria. Le scuole secondarie a tempo pieno, le scuole secondarie agricole a metà tempo o altre scuole secondarie professionali dovranno essere ben condotte e dovrà essere gradualmente introdotta l’istruzione secondaria universale. Grossi sforzi si dovranno fare per eliminare l’analfabetismo, organizzare vari tipi di scuole a tempo ridotto, praticare l’educazione politica e tenere corsi di cultura e istruzione tecnica per adulti Le iniziative per l’educazione politecnica di tutti i lavoratori e il graduale innalzamento del loro livello di istruzione sono passi importanti per ridurre le differenze tra lavoro manuale e lavoro intellettuale e devono essere attuati coscienziosamente. Le comuni inoltre devono anche selezionare e mandare un certo numero di giovani a studiare nelle scuole secondarie superiori, nelle scuole secondarie professionali e negli istituti superiori delle città così da formare personale con un livello culturale piuttosto elevato al servizio dello Stato o delle comuni. Il principio di combinare l’istruzione col lavoro produttivo deve essere applicato senza eccezione in tutte le scuole. I ragazzi maggiori di nove anni possono prender parte, entro limiti adeguati, a qualche attività lavorativa, così da coltivare sin dalla fanciullezza l’abitudine al lavoro e stimolare il loro sviluppo fisico e mentale. Si deve però avere in massima cura la salute dei fanciulli, si devono assegnare loro soltanto lavori leggeri e per brevi periodi, tenendo conto della loro forza fisica e delle loro attitudini. 

Si deve rafforzare il lavoro politico e ideologico tra il personale delle mense pubbliche, degli asili nido, delle scuole materne, delle case di riposo per anziani, delle scuole primarie, dei centri di salute pubblica, dei circoli e degli spacci e occorre sforzarsi di dare una giusta direzione all’opinione pubblica, così che l’intera società e tutte le comuni considerino il buon funzionamento delle mense, degli asili nido, delle scuole materne e delle altre istituzioni di pubblico benessere e i servizi soddisfacenti resi da queste istituzioni come un nobile lavoro al servizio del popolo. Si deve criticare e correggere l’atteggiamento, proprio delle classi sfruttatrici, di disprezzare il lavoro che riguarda la vita quotidiana e il benessere delle masse e il lavoro nei servizi. 

Le case vecchie esistenti devono essere gradualmente ricostruite, si devono costruire, gradualmente e per gruppi, città e villaggi residenziali, con parchi e boschi, scuole materne, case di riposo per anziani, fabbriche, aie, stalle, spacci, uffici postali e telegrafici, magazzini, scuole, ospedali, circoli, cinema, campi sportivi, bagni e gabinetti pubblici. I piani per la costruzione di città e di villaggi residenziali devono essere ampiamente discussi dalle masse. Noi siamo per l’abolizione dell’irrazionale sistema patriarcale ereditato dal passato e per lo sviluppo di un sistema familiare nel quale vigano democrazia e unità. Questa posizione è stata calorosamente accolta dalle masse. Perciò nella costruzione di quartieri residenziali bisogna puntare sull’edificazione di alloggi adatti alla vita associata di coppie sposate, di giovani e di anziani di ciascuna famiglia. 

C’è oggi nel mondo un gran branco di pazzi che attaccano le comuni popolari con tutta la loro forza e il primo di questi è il signor Dulles degli Stati Uniti. Questo Dulles non sa niente di come vanno le cose da noi, ma gli piace credersi un grande esperto della Cina e osteggia follemente le comuni popolari. Quello che in modo particolare gli spezza il cuore è che noi avremmo a bella posta distrutto il meraviglioso sistema familiare tramandato da migliaia di anni. È vero, il popolo cinese ha distrutto un sistema patriarcale e feudale. Questo sistema patriarcale, si noti, è generalmente scomparso da un pezzo nella società capitalista e questa è stata una trasformazione progressiva realizzata dalla società capitalista. Ma noi andiamo un po’ più avanti e poniamo le basi per una famiglia unita e democratica, ciò che è raro nella società capitalista. Solo in futuro, quando la rivoluzione socialista sarà compiuta e quando il sistema capitalista di sfruttamento dell’uomo sull’uomo sarà eliminato, sarà possibile costituire universalmente famiglie di questo tipo. Quanto agli asili nido, alle scuole materne, alle mense operaie nelle fabbriche, anche queste sono apparse prima nella società capitalistica. Ma sotto il capitalismo tutte queste iniziative, dirette dalla borghesia, sono di natura capitalista e sono intese a facilitare lo sfruttamento dei lavoratori, uomini e donne, da parte dei capitalisti. Per contro, tali iniziative gestite da noi sono di natura socialista e facilitano lo sviluppo della causa socialista dell’emancipazione della personalità individuale dell’uomo. Esse hanno effettivamente e completamente emancipato le donne e dato la possibilità ai loro bambini di ricevere una cura e un’educazione migliori. È per questo che sono state accolte calorosamente dai lavoratori e innanzitutto dalle masse femminili. 


6. Il principio organizzativo della comune popolare è il centralismo democratico. Questo principio deve essere rigorosamente applicato nella gestione della produzione, della distribuzione e del reddito, nelle attività che riguardano la vita e il benessere dei membri della comune e in tutti gli altri aspetti del lavoro. 

Nella comune popolare devono essere messi in atto la direzione unificata e il decentramento della gestione ai differenti livelli. In generale la struttura amministrativa della comune può essere divisa in tre livelli e precisamente: il comitato amministrativo della comune, la circoscrizione amministrativa (o brigata di produzione) e la squadra di produzione. La circoscrizione amministrativa (o brigata di produzione) è in generale l’unità che gestisce l’industria, l’agricoltura, il commercio, l’istruzione e gli affari militari in una zona data e costituisce un’unità di contabilità i cui guadagni e perdite sono riuniti in un fondo unico della comune. La squadra di produzione è l’unità di base dell’organizzazione del lavoro. Sotto la direzione unificata del comitato amministrativo della comune devono essere accordati alla circoscrizione amministrativa (o brigata di produzione) e alla squadra di produzione i necessari poteri in materie quali l’organizzazione del lavoro produttivo, le costruzioni di base, la finanza e il benessere, in modo che esse possano sviluppare pienamente la loro iniziativa. 

I vari livelli di organizzazione della federazione delle comuni del distretto e della singola comune popolare devono imparare a fare una ragionevole distribuzione e un ragionevole impiego della manodopera tra le differenti branche della produzione (agricoltura, industria e trasporti) e tra il lavoro produttivo di routine, i compiti di emergenza e i servizi, in modo da evitare situazioni in cui in un posto ci sia lavoro senza uomini e in un altro ci siano uomini senza lavoro. L’organizzazione del lavoro deve essere costantemente migliorata, il sistema della responsabilità per un dato compito deve continuamente essere applicato a ogni livello e rafforzato sia nella produzione che in altri tipi di lavoro, si deve perfezionare il sistema di ispezione sul lavoro e il sistema dei premi, in modo da garantire efficacemente il costante miglioramento dell’efficienza e della qualità del lavoro. 

Nell’organizzazione del lavoro nella comune popolare ci devono essere sia disciplina sia democrazia. Ciò che noi descriviamo come organizzazione secondo schemi militari(3) , significa un’organizzazione sul modello della fabbrica. Significa che l’organizzazione del lavoro nelle comuni popolari deve essere un’organizzazione pari a quella di una fabbrica o dell’esercito; ciò è necessario per la produzione agricola su grande scala. Nell’agricoltura su grande scala, come nell’industria su grande scala, la forza-lavoro impiegata costituisce un esercito industriale. Il moderno esercito industriale fu organizzato dalla borghesia, ogni fabbrica è simile a un campo militare. Per l’operaio di fronte alla macchina la disciplina è altrettanto rigida di quella in vigore nell’esercito. L’esercito industriale nella società socialista è l’esercito industriale di una sola classe, la classe operaia, che si è disfatta dei capitalisti che spremevano plusvalore dai lavoratori e che ha dato vita, in seno alla classe operaia, a un vigoroso e vitale centralismo democratico basato sui principi della consapevolezza e dell’adesione volontaria. Ora noi stiamo introducendo questo sistema nelle zone rurali, costituendo così un esercito industriale socialista basato sul centralismo democratico, che è libero dallo sfruttamento dei signori della terra e che si è elevato al di sopra della piccola produzione. 

Organizzazioni della milizia devono essere costituite nelle comuni popolari ai corrispondenti livelli delle organizzazioni della produzione. Gli organi direttivi della milizia e delle organizzazioni produttive devono essere separati e, in linea di principio, gli ufficiali al comando dei vari gradi della milizia, come i comandanti di reggimento, battaglione, compagnia, non devono essere nel contempo anche dirigenti della comune o delle circoscrizioni amministrative (capi delle brigate di produzione) o capi delle squadre di produzione. Questi comandanti devono far parte degli organismi amministrativi della comune al livello corrispondente ed essere sottoposti a una duplice direzione: degli organi amministrativi dello stesso livello e degli organi dirigenti superiori della milizia. La milizia sarà equipaggiata sia con armi messe a disposizione delle autorità superiori sia con armi prodotte da arsenali locali. Le unità di base della milizia eseguiranno esercitazioni militari secondo un programma stabilito, ma anche i miliziani ordinari riceveranno l’adeguato addestramento durante le pause del lavoro: ciò per preparare le condizioni per realizzare la linea “un uomo-un soldato”. Le vaste masse lavoratrici del nostro paese salutano calorosamente il sistema della milizia perché nel corso della lunga lotta rivoluzionaria contro l’imperialismo, il feudalesimo e i loro lacchè, i reazionari del Kuomintang, hanno preso coscienza del fatto che solo armandosi erano in grado di sconfiggere la controrivoluzione armata e di diventare padroni della Cina. Dopo la vittoria della rivoluzione le masse hanno ulteriormente preso coscienza del fatto che ci sono tuttora dei pirati imperialisti all’estero che schiamazzano ogni giorno di voler spazzar via questo Stato popolare. Dunque l’intero nostro popolo è deciso a continuare ad armarsi e dichiara: “Attenti, pirati saccheggiatori, non osate neppur tentare di colpire il nostro popolo occupato nel suo pacifico lavoro, noi siamo pronti”. Se gli imperialisti scateneranno una guerra di aggressione contro il nostro paese, noi trasformeremo l’intera nazione in un esercito; la milizia collaborerà con l’Esercito popolare di liberazione e in ogni momento rifornirà le sue file per schiacciare fino in fondo il nemico. 

In tutte le organizzazioni della comune popolare, incluse le organizzazioni della milizia, ci devono essere sia centralismo sia democrazia. Le comuni popolari devono non solo organizzare il lavoro produttivo della gente, ma anche provvedere al loro tenore di vita. Per compiere bene il loro lavoro le comuni devono praticare un alto grado di democrazia, consultare le masse circa tutti i problemi, agire fedelmente nei loro interessi e rispecchiare la loro volontà. Perciò mentre “ci si organizza secondo schemi militari, si lavora come se si stesse combattendo una battaglia e si vive in maniera collettiva”, le comuni devono attuare una gestione pienamente democratica. Non è assolutamente ammissibile usare “l’organizzazione secondo schemi militari” come pretesto per servirsi della milizia, che è formata per lottare contro il nemico, per indebolire la vita democratica nelle comuni e nelle stesse organizzazioni della milizia. La comune popolare è l’organizzazione di base del potere dello Stato nel nostro paese; soltanto garantendo la piena democrazia nella comune, sarà possibile creare dappertutto nel nostro paese una situazione politica stabile e vivace, vitale e forte nella quale vigano centralismo e democrazia, disciplina e libertà, unità di intenti e libertà di pensiero dei singoli. 


7. Nella buona conduzione della comune popolare, il problema centrale è quello di rafforzare il ruolo dirigente del partito. È soltanto rafforzando il ruolo dirigente del partito che si può realizzare il principio “la politica al primo posto”, effettuare l’educazione ideologica socialista e comunista tra i quadri e i membri della comune, condurre a fondo la lotta contro tutti i generi di tendenze errate e attuare correttamente la linea e la politica del partito. C’è gente che crede che con la nascita della comune popolare si può fare a meno del partito e che si può praticare quello che essi chiamano “il fondersi del partito e della comune in una sola cosa”. Questo genere di idee è sbagliato. 

Nel suo lavoro nella comune popolare, il partito, oltre ad assicurare che la linea e la politica corretta siano messe in pratica, dovrà anche porre la massima cura nell’educazione dei funzionari della comune perché essi sviluppino un buono stile di lavoro: prima di tutto la linea di massa e “cercare la verità nei fatti”. 

In seguito alla campagna di rettifica condotta tra il 1957 e il 1958, la linea di massa del partito ha ottenuto una nuova grande vittoria. Il grande balzo in avanti nella costruzione del socialismo e la costituzione delle comuni popolari in tutte le zone rurali sono due grandi trofei di questa vittoria. Il metodo di lavoro della linea di massa, praticato dal partito, è la linfa vitale delle comuni popolari. La costituzione e il consolidamento delle comuni popolari è impossibile senza la linea di massa, senza la piena fiducia del popolo nel partito e nel governo popolare e senza una crescita del fervore rivoluzionario delle masse. Perciò i funzionari dirigenti a tutti i livelli della comune devono praticare a fondo la linea di massa in ogni tipo di lavoro intrapreso. Devono considerare se stessi come comuni lavoratori e trattare i membri della comune come si conviene a dei compagni. Sono strettamente proibiti lo stile di lavoro alla Kuomintang e lo stile di lavoro borghese che esercitano coercizione sulle masse. A causa del grande balzo in avanti nella produzione e della vittoria ottenuta con la costituzione delle comuni popolari, alcuni dei quadri cominciano a essere ubriachi di successo e, trascurando il paziente lavoro di educazione delle masse mediante la persuasione, manifestano atteggiamenti insolenti. Anche se questi sono casi isolati, ci devono indurre a profonda vigilanza. 

In tutto questo lavoro il partito dovrà attenersi strettamente al principio di combinare il fervore rivoluzionario con uno spirito scientifico. Il grande balzo in avanti del 1958 è stato una vittoria senza precedenti nella costruzione del socialismo nel nostro paese. Ora nemmeno i nostri nemici riescono più a negare il significato di questa vittoria. Ma non dobbiamo lasciarci indurre dai grandi risultati ottenuti a sorvolare sui nostri punti deboli. Al contrario, quanto maggiore è il risultato, tanto più noi dobbiamo rammentare ai nostri quadri di conservare il loro equilibrio e di non lasciarsi trasportare dall’alluvione delle notizie di vittorie divenendo incapaci di vedere i punti deboli del loro lavoro o peggio chiudendo gli occhi su di essi. Al punto in cui siamo nella costruzione del socialismo, una delle tendenze che richiede la massima attenzione da parte nostra è quella all’esagerazione. Essa è incompatibile con lo stile di lavoro del nostro partito “cercare la verità nei fatti” ed è dannosa allo sviluppo della nostra costruzione socialista. Dobbiamo eseguire il nostro lavoro economico in una maniera ancor più sistematica. Il nostro personale dirigente a tutti i livelli deve sapere cogliere bene la differenza tra la realtà e la falsa apparenza delle cose e tra le esigenze giuste e quelle ingiuste; nel valutare le situazioni esso deve sforzarsi di non perdere assolutamente di vista la realtà oggettiva. Solo facendo così noi potremo elaborare e attuare i nostri piani su basi solide e sicure. 


8. Allo scopo di promuovere il consolidamento delle comuni popolari e assicurare per il 1959 un balzo in avanti nella produzione agricola e industriale ancora maggiore, i comitati di partito delle province, delle municipalità e delle regioni autonome dovranno, in accordo con i requisiti esposti in questa risoluzione e in stretta integrazione con le attività produttive dell’inverno e della primavera, utilizzare appieno i cinque mesi dal dicembre del 1958 all’aprile del 1959 per attuare, in tutte le comuni popolari della loro zona, il lavoro di educazione, revisione e consolidamento, cioè il lavoro di verifica delle comuni. 

Nel corso del lavoro di verifica delle comuni è necessario, prima di tutto, che il personale dirigente faccia una sincera autocritica e ascolti con modestia le opinioni delle masse e su questa base mobiliti le masse a osare manifestare senza reticenze, francamente e liberamente, i loro punti di vista, condurre dibattiti ed esporre manifesti a grandi caratteri per elogiare le persone e le azioni meritevoli, criticare le idee sbagliate e i cattivi stili di lavoro, rendere note le proprie esperienze, chiarire la linea di lavoro e sviluppare un sistematico movimento di educazione ideologica socialista e comunista. Nel corso del lavoro di verifica delle comuni è necessario eseguire un completo e accurato controllo del piano di produzione, della distribuzione, del benessere, della gestione, del lavoro finanziario, dell’organizzazione e della direzione delle comuni. Bisogna prendere attentamente in esame sia le organizzazioni del partito sia le organizzazioni delle comuni, per garantire che i membri dirigenti del partito e delle comuni ai vari livelli siano attivisti fedeli agli interessi del popolo e alla causa del comunismo. In più, la gente che si è dimostrata migliore alla prova del grande balzo in avanti e nel movimento per l’istituzione delle comuni popolari ed è qualificata per l’iscrizione al partito, dovrà essere accolta nel partito. 

I problemi relativi allo stile di lavoro dei membri del partito e dei quadri dovranno essere trattati attraverso l’educazione da parte del partito e la franca esposizione delle opinioni da parte delle masse. Trattando di questi problemi si deve fare attenzione a mantenere alti il fervore e lo spirito di iniziativa dei quadri e delle masse e si devono rispettare i principi “unità-critica-unità”, “trarre esempio dal passato per essere più diligenti nel futuro” e “curare la malattia per salvare l’ammalato”. Coloro che hanno commesso errori, ma sono desiderosi di correggerli, saranno criticati seriamente, ma trattati con indulgenza. Le masse dovranno essere mobilitate per eliminare dagli organi dirigenti delle comuni quegli elementi delle classi nemiche che si sono infiltrati nella direzione e quei pochissimi che sfoggiano un cattivo stile di lavoro e che non si sono mai corretti anche dopo essere stati ripetutamente ammoniti. 

Complesse lotte di classe non solo si sviluppano all’estero, nel mondo capitalista, ma esistono anche al nostro interno. È necessario educare le masse ad accrescere la loro vigilanza rivoluzionaria per prevenire l’attività disgregatrice del nemico. Se ex-proprietari terrieri, contadini ricchi, controrivoluzionari e altre persone private dei diritti politici, debbano essere accettati come membri o come membri in prova (candidati) della comune o debbano rimanere a lavorare sotto il controllo della comune, è una questione che le masse devono discutere e decidere in base al comportamento di ciascun elemento, nel corso del lavoro di verifica delle comuni. 

Il lavoro di verifica delle comuni dovrà essere eseguito dapprima, in via sperimentale, in una o due comuni per ogni distretto. Ciò significa che si dovrà dare aiuto ai compagni di una o due comuni affinché le cose vadano bene e si svolgano in un periodo di tempo abbastanza breve, in modo da acquistare esperienza, stabilire esempi e, in seguito, divulgare l’esperienza acquisita. Ogni provincia, municipalità e regione autonoma dovrà organizzare la sua squadra di verifica composta da un migliaio, alcune migliaia o una decina di migliaia di persone, per il lavoro di verifica e i primi segretari dei comitati di partito a livello di provincia, di prefettura e di distretto dovranno personalmente dirigere il lavoro 47 di verifica nelle comuni. Queste squadre di verifica dovranno fare un esame comparato delle diverse prefetture, dei diversi distretti e delle diverse comuni, organizzare visite reciproche, convocare assemblee sul posto per sviluppare i punti buoni, superare le deficienze, suscitare l’iniziativa del popolo, trovare il modo di risolvere concretamente i problemi correnti e divulgare tempestivamente le esperienze positive. In breve attraverso queste verifiche il lavoro delle comuni popolari nelle zone rurali dovrà fare un passo avanti. 

NOTE 

1. Lo Stato, organizzazione sorta come monopolio della violenza nei rapporti tra le classi, cessa di avere un ruolo nei rapporti tra gli uomini all’interno del paese man mano che nel paese scompare la divisione in classi, mentre mantiene un ruolo nelle relazioni internazionali finché continua a esistere l’imperialismo. Il problema della natura dello Stato nelle società divise in classi e della estinzione dello Stato nella società comunista è ampiamente trattato in V.I. Lenin, Stato e rivoluzione. 

2. La risoluzione di agosto Sull’istituzione delle comuni popolari nelle zone rurali venne emessa dopo la Conferenza di Peitaiho tenuta nella seconda metà dell’agosto del 1958 (il testo è compreso nel vol. 16 delle Opere di Mao Tse-tung) 

3. Mao Tse-tung si riferisce alla messa in pratica della parola d’ordine “organizzarsi secondo schemi militari, lavorare come combattendo una battaglia, vivere collettivamente”.

lunedì 16 novembre 2020

Il PCV NON SOSTIENE UNA PIATTAFORMA INTERNAZIONALE RIFORMISTA

 

Insieme al sindacalismo di classe, parteciperà a iniziative di unità d'azione antimperialista

Il Partito Comunista del Venezuela (PCV), in quanto partito della classe operaia e del popolo lavoratore venezuelano, ha preso posizione in merito al lancio, da parte del Venezuela, di una presunta Piattaforma della Classe Operaia Anti-Imperialista (PCOA), senza la presenza di organizzazioni sindacali di classe del nostro paese o di rappresentanti delle correnti storiche nazionali della classe operaia.

Informiamo il movimento operaio e sindacale di classe del Venezuela e del mondo che il PVC non appoggia tale iniziativa perché si tratta di una proposta settaria ed esclusiva che cerca di manipolare l'internazionalismo proletario al fine di trasformare le necessarie manifestazioni di solidarietà con il Venezuela, assediato dall'imperialismo, in automatico sostegno alle politiche del governo venezuelano, ignorando la complessa lotta che la i lavoratori venezuelani stanno attuando per i loro diritti fondamentali, compreso il salario. Attualmente, il Venezuela ha il salario minimo più basso del mondo a meno di 2 dollari al mese.

Il governo del presidente Maduro, con un chiaro orientamento socialdemocratico, seppur con una retorica di sinistra progressista, sta attuando una politica economica borghese-liberale, che si concretizza nelle privatizzazioni erroneamente chiamate Legge Anti-Blocco, accompagnate da politiche lavorative che distruggono il valore della forza lavoro e annullano i diritti dei lavoratori venezuelani in città e in campagna.

Il Ministero del Lavoro ha favorito l'inosservanza dei contratti collettivi e favorisce i capitalisti autorizzando licenziamenti diretti e indiretti, permettendo al contempo l'esternalizzazione e la precarizzazione dei rapporti di lavoro, il tutto con la complice accettazione dei vertici della CBST egemone .

Allo stesso modo, insieme alla Federazione Sindacale Mondiale (WFTU), riteniamo che questa piattaforma cerchi di indebolire la stessa WFTU come strumento di lotta antimperialista, che ha appena festeggiato il suo 75° anniversario riunendo e mobilitando milioni di lavoratori in tutti i continenti. In questo modo, la concezione rivoluzionaria della lotta di classe viene sostituita dai criteri riformisti della conciliazione di classe, per la resa della classe operaia al capitale.

Link: https://prensapcv.wordpress.com/2020/11/14/pcv-no-respalda-plataforma-internacional-reformista/

giovedì 12 novembre 2020

Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (FPLP): La vittoria di Biden non comporta alcun cambiamento significativo per i diritti del popolo palestinese


Il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina ritiene che la vittoria di Joe Biden alle elezioni presidenziali americane non comporti alcun cambiamento fondamentale per quanto riguarda i diritti del popolo palestinese e le varie questioni arabe. Si aspetta una continuazione dell'approccio delle precedenti amministrazioni statunitensi, che hanno continuato in vari modi a sostenere l'entità sionista [Israele], mantenendo la sua superiorità militare e la sua sicurezza, e incoraggiandola ad aggirare le decisioni internazionali, anche quegli accordi iniqui che sono stati sponsorizzati e firmati alla Casa Bianca.

Il PFLP esorta la dirigenza palestinese a guardarsi da ogni falsa promessa che potrebbe fare l'amministrazione Biden per riprendere i negoziati, e a non illudersi che gli obiettivi del popolo palestinese possano essere raggiunti attraverso di essi.

Il Fronte Popolare ha evidenziato come la fine dell'occupazione in tutte le sue forme, il raggiungimento degli obiettivi nazionali del nostro popolo per il rientro in patria, l'autodeterminazione e uno Stato indipendente con la sua capitale a Gerusalemme, richiedono la rottura delle decisioni degli accordi di Oslo e dei conseguenti impegni e il riconoscimento del nemico, la cessazione dei negoziati fasulli, la fine delle divisioni e il ripristino dell'unità nazionale,  ricostruendo le componenti del sistema politico palestinese su base democratica con l'Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) al suo centro, e concordando un programma di liberazione nazionale che si fondi sul fatto che la lotta con l'entità sionista è un conflitto aperto e globale, e che l'unità e tutti i mezzi di resistenza sono indispensabili per condurre questa lotta.

7 novembre 2020

Fonte: https://www.struggle-la-lucha.org/2020/11/12/pflp-bidens-victory-carries-no-fundamental-change-for-rights-of-the-palestinian-people/


martedì 10 novembre 2020

Mao Tze-Tung - Sulla Nuova Democrazia (gennaio 1940)

(L'articolo non è stato tradotto da me ma dai compagni del nuovo PCI, che ringrazio) 

Articolo pubblicato nel n. 1 della rivista Cultura cinese, fondata a Yenan nel gennaio del 1940. 

DOVE VA LA CINA? 

Da quando è cominciata la Guerra di resistenza contro il Giappone, nel popolo si è creato un clima di entusiasmo, vi è la sensazione generale che è stata trovata una via d’uscita e non si vedono più fronti corrugate e occhi bassi. Ultimamente, però, si sono nuovamente diffuse voci di compromesso e si è levata un’ondata di anticomunismo: di conseguenza ancora una volta tutto il popolo è piombato nella confusione. Gli uomini di cultura e i giovani studenti sono i più sensibili e i primi a risentirne. Ci si pone di nuovo la domanda: “Che cosa fare? Dove va la Cina?”. In occasione della pubblicazione di Cultura cinese, può essere perciò utile spiegare le tendenze che si sviluppano nel movimento politico e culturale del paese. 

Io sono un profano in materia di problemi culturali. Mi sono proposto di studiarli, ma non sono che agli inizi. Per fortuna, a Yenan vi sono molti compagni che hanno scritto sull’argomento articoli esaurienti, per cui questo mio abbozzo può avere lo stesso valore del battito dei gong e dei tamburi che precede una rappresentazione teatrale. Speriamo che le nostre osservazioni contengano almeno un granello di verità per gli intellettuali d’avanguardia di tutto il paese e siano uno stimolo sia pur modesto che li induca ad avanzare i loro pregiati contributi. Noi speriamo che essi si uniscano a noi in una discussione collettiva capace di raggiungere giuste conclusioni, conclusioni che rispondano ai bisogni della nostra nazione. 

Il solo atteggiamento scientifico è quello di “cercare la verità nei fatti”. “Stimarsi infallibile” e “darsi arie da professore” sono atteggiamenti arroganti con i quali non è possibile risolvere alcun problema. Le sciagure abbattutesi sulla nostra nazione sono immense; solo un atteggiamento scientifico e lo spirito di responsabilità potranno guidarla sulla strada della liberazione. Non esiste che una sola verità e se uno l’ha raggiunta o no non è stabilito da vanterie soggettive, ma dalla pratica oggettiva. Solo la pratica rivoluzionaria di milioni di uomini è il metro giusto per misurare la verità. Questa, io penso, deve essere l’impostazione di Cultura cinese. 

VOGLIAMO COSTRUIRE UNA NUOVA CINA 

Per molti anni noi comunisti abbiamo lottato per realizzare in Cina non solo una rivoluzione politica ed economica, ma anche una rivoluzione culturale; tutto ciò con l’obiettivo di costruire una nuova società e un nuovo Stato per la nazione cinese. In questa nuova società e in questo nuovo Stato ci sarà non soltanto una nuova politica e una nuova economia, ma anche una nuova cultura. Ciò significa che noi vogliamo non solo trasformare una Cina politicamente oppressa ed economicamente sfruttata in una Cina politicamente libera ed economicamente prospera, ma anche trasformare una Cina mantenuta nell’ignoranza e nell’arretratezza sotto la cappa della vecchia cultura in una Cina illuminata e avanzata sotto il dominio di una nuova cultura. In breve, noi vogliamo costruire una nuova Cina. Edificare una nuova cultura della nazione cinese, questo è il nostro obiettivo in campo culturale. 

LE CARATTERISTICHE STORICHE DELLA CINA 

Vogliamo costruire una nuova cultura della nazione cinese, ma di che tipo di cultura dovrà trattarsi? 

Una data cultura (considerata come forma ideologica) è il riflesso della politica e dell’economia di una data società e ha a sua volta un’influenza e un’azione considerevoli sulla politica e sull’economia di quella società; l’economia è la base e la politica è l’espressione concentrata dell’economia(1). Questa è la nostra concezione fondamentale sul rapporto fra cultura da una parte e politica ed economia dall’altra e tra politica ed economia. Quindi, in primo luogo, una data forma di politica e di economia determina una data forma di cultura e solo in seguito questa forma di cultura esercita a sua volta un’influenza e un’azione sull’esistente forma politica ed economica. Marx ha detto: “Non è la coscienza degli uomini che determina il loro essere, ma è, al contrario, il loro essere sociale che determina la loro coscienza”(2). Egli ha anche detto: “I filosofi hanno solo diversamente interpretato il mondo; la questione è invece di trasformarlo”(3). Queste tesi scientifiche hanno risolto correttamente, per la prima volta nella storia dell’umanità, il problema delle relazioni fra la coscienza e l’essere ed esse sono i concetti fondamentali alla base della dinamica e rivoluzionaria teoria della conoscenza come riflesso della realtà, che fu più tardi sviluppata a fondo da Lenin. Nella nostra discussione sui problemi culturali della Cina non dobbiamo dimenticare questi concetti fondamentali. 

Da essi risulta chiaramente che gli elementi reazionari della vecchia cultura della nazione cinese, che noi vogliamo eliminare, non possono essere separati dalla vecchia politica e dalla vecchia economia della nazione cinese, mentre la nuova cultura della nazione cinese, che noi vogliamo costruire, non può essere separata dalla nuova politica e dalla nuova economia della nazione cinese. La vecchia politica e la vecchia economia della nazione cinese formano le basi della sua vecchia cultura, esattamente come la nuova politica e la nuova economia della nazione cinese formeranno le basi della sua nuova cultura. 

Quali sono la vecchia politica e la vecchia economia della nazione cinese? Qual è la vecchia cultura della nazione cinese? 

Dalle dinastie Chou e Chin in poi, la società cinese è stata una società feudale; la sua politica è stata una politica feudale e la sua economia un’economia feudale. La cultura dominante, riflesso di questa politica e di questa economia, è stata una cultura feudale. 

Da quando il capitalismo straniero è penetrato in Cina e gli elementi del capitalismo si sono gradualmente sviluppati nella società cinese, la Cina si è trasformata a poco a poco in un paese con una società coloniale, semicoloniale e semifeudale. Nella Cina odierna la società è coloniale nelle zone occupate dal Giappone e fondamentalmente semicoloniale nelle zone sotto il dominio del Kuomintang; sia nelle une sia nelle altre la società cinese è principalmente una società feudale e semifeudale. Tale è il carattere dell’odierna società cinese; tale è la situazione della Cina d’oggi. La politica di questa società è prevalentemente coloniale, semicoloniale e semifeudale; la sua economia è prevalentemente coloniale, semicoloniale e semifeudale; la cultura dominante, riflesso di questa politica e di questa economia, è anch’essa coloniale, semicoloniale e semifeudale. La nostra rivoluzione è diretta proprio contro queste forme politiche, economiche e culturali dominanti. Ciò che noi vogliamo eliminare è la vecchia politica e la vecchia economia coloniale, semicoloniale e semifeudale e la vecchia cultura che è al loro servizio. Ciò che noi vogliamo creare è il loro opposto: una nuova politica, una nuova economia e una nuova cultura della nazione cinese. 

Quale deve essere quindi la nuova politica e la nuova economia della nazione cinese? Quale la nuova cultura della nazione cinese? 

Nel corso della sua storia, la rivoluzione cinese deve passare attraverso due fasi: la prima è la rivoluzione democratica, la seconda è la rivoluzione socialista. Questi sono due processi rivoluzionari che per la loro natura sono distinti. La democrazia di cui parliamo non appartiene più alla vecchia categoria, non è la vecchia democrazia; appartiene invece alla nuova categoria, è la “nuova democrazia”. 

Si può perciò affermare che la nuova politica della nazione cinese è una politica di nuova democrazia; la nuova economia della nazione cinese è un’economia di nuova democrazia; la nuova cultura della nazione cinese è una cultura di nuova democrazia. 

Questa è oggi la caratteristica storica della rivoluzione cinese. Ogni partito o gruppo politico e ogni individuo impegnato nella rivoluzione cinese che non comprende questa caratteristica storica, non riuscirà a guidare la rivoluzione e a portarla alla vittoria e il popolo lo abbandonerà in un angolo a piangere sul suo triste destino. 

LA RIVOLUZIONE CINESE È PARTE DELLA RIVOLUZIONE MONDIALE 

La caratteristica storica della rivoluzione cinese sta nella sua divisione in due fasi: democrazia e socialismo; la prima fase non è più una democrazia in generale, ma una democrazia di tipo cinese, di tipo particolare e nuovo, la nuova democrazia. Come si è formata questa caratteristica storica? Esiste già da un secolo o è comparsa solo di recente? 

Basta studiare un po’ lo sviluppo storico della Cina e del mondo per comprendere che questa caratteristica storica non è sorta subito dopo la Guerra dell’oppio(4) , ma ha preso forma solo dopo la prima guerra mondiale imperialista e la Rivoluzione d’Ottobre in Russia. Esaminiamone ora il processo di formazione. 

È chiaro che, essendo il carattere dell’odierna società cinese coloniale, semicoloniale e semifeudale, la rivoluzione cinese deve essere divisa in due fasi. La prima consiste nel trasformare questa società coloniale, semicoloniale e semifeudale in una società indipendente e democratica. La seconda consiste nel portare avanti la rivoluzione e nell’edificare una società socialista. Oggi la rivoluzione cinese è nella sua prima fase. 

Il periodo preparatorio di questa prima fase ebbe inizio con la Guerra dell’oppio nel 1840, ossia al tempo in cui la società cinese cominciò a trasformarsi da società feudale in società semicoloniale e semifeudale. Poi successero il Movimento del Taiping(5), la Guerra cino-francese(6) , la Guerra cino-giapponese(7), il Movimento riformista del 1898(8) , la Rivoluzione del 1911(9) , il Movimento del 4 maggio(10), la Spedizione al nord(11), la Guerra rivoluzionaria agraria(12), l’attuale Guerra di resistenza contro il Giappone. Queste numerose tappe coprono un intero secolo e in un certo senso fanno parte di questa prima fase, infatti sono le lotte condotte dal popolo cinese, in diverse circostanze e in misure diverse, contro l’imperialismo e contro le forze feudali per edificare una società indipendente e democratica e portare a termine la prima rivoluzione. Fu la Rivoluzione del 1911 a segnare, in senso stretto, l’inizio di questa rivoluzione. Per il suo carattere sociale, questa rivoluzione è una rivoluzione democratica borghese e non una rivoluzione socialista proletaria. Essa non è stata portata ancora a compimento e richiederà ancora grandi sforzi, poiché i suoi nemici sono ancora molto potenti. Quando il dott. Sun Yat-sen ha affermato: “La rivoluzione non è stata ancora portata a termine e tutti i compagni devono continuare la lotta”, egli si riferiva alla rivoluzione democratica borghese. 

Tuttavia, la rivoluzione democratica borghese in Cina subì un cambiamento dopo lo scoppio nel 1914 della prima guerra mondiale imperialista e la fondazione di uno Stato socialista in un sesto del globo in seguito alla Rivoluzione d’Ottobre in Russia, nel 1917. 

Prima di questi avvenimenti, la rivoluzione democratica borghese in Cina rientrava nella vecchia categoria, quella della rivoluzione democratica borghese mondiale e faceva parte di questa rivoluzione. 

Dopo questi avvenimenti, la rivoluzione democratica borghese in Cina si è inserita nella nuova categoria della rivoluzione democratica borghese e, per quanto riguarda lo schieramento delle forze rivoluzionarie, fa parte della rivoluzione socialista proletaria mondiale. 

Perché? Perché la prima guerra mondiale imperialista e la prima rivoluzione socialista vittoriosa, la Rivoluzione d’Ottobre, hanno mutato tutto il corso della storia mondiale e segnato l’inizio di una nuova era nella storia mondiale. 

In un’epoca in cui il fronte capitalista mondiale è crollato in una parte della terra (una parte che costituisce un sesto del mondo), mentre nelle altre mostra pienamente la sua decadenza; in un’epoca in cui il resto del mondo capitalista non può sopravvivere se non fondandosi sempre più sulle colonie e sulle semicolonie; in un’epoca in cui uno Stato socialista è stato già fondato e ha proclamato la propria volontà di dare il suo appoggio al movimento di liberazione di tutte le colonie e di tutte le semicolonie; in un’epoca in cui il proletariato dei paesi capitalisti si va liberando ogni giorno di più dall’influenza socialimperialista dei partiti socialdemocratici e si è dichiarato solidale con il movimento di liberazione delle colonie e delle semicolonie: in quest’epoca, ogni rivoluzione che avvenga in un paese coloniale o semicoloniale contro l’imperialismo, cioè contro la borghesia internazionale e il capitalismo internazionale, non appartiene più alla vecchia categoria, la categoria della rivoluzione democratica borghese mondiale, ma alla nuova categoria; essa non fa più parte della vecchia rivoluzione mondiale borghese o capitalista, ma della nuova rivoluzione mondiale, cioè della rivoluzione mondiale socialista proletaria. Le colonie e le semicolonie rivoluzionarie non possono più essere considerate come alleate del fronte controrivoluzionario del capitalismo mondiale; esse sono divenute alleate del fronte rivoluzionario del socialismo mondiale. 

Per il suo carattere sociale, nella sua prima fase o primo passo, la rivoluzione in una colonia o semicolonia resta fondamentalmente una rivoluzione democratica borghese e oggettivamente il suo obiettivo è quello di sgombrare il terreno per lo sviluppo del capitalismo; tuttavia questa rivoluzione non è più una rivoluzione del vecchio tipo, diretta dalla borghesia e mirante all’edificazione di una società capitalista e di uno Stato di dittatura borghese. Essa fa parte del nuovo tipo di rivoluzione, diretta dal proletariato e mirante all’edificazione, nella prima fase, di una società di nuova democrazia e di uno Stato di dittatura congiunta delle varie classi rivoluzionarie. Perciò questa rivoluzione ha il compito effettivo di aprire una strada ancora più larga per lo sviluppo del socialismo. Nel corso del suo sviluppo, essa può percorrere altre fasi minori, in relazione ai mutamenti nel campo nemico e nelle file dei suoi alleati; ma il suo carattere fondamentale resterà immutato. 

Questa rivoluzione attacca l’imperialismo nelle sue radici, perciò non è tollerata, ma combattuta dall’imperialismo. Essa ha invece l’approvazione e l’appoggio del socialismo ed è aiutata dallo Stato socialista e dal proletariato socialista internazionale. 

Ecco perché una tale rivoluzione non può non diventare parte della rivoluzione mondiale socialista proletaria. 

“La rivoluzione cinese è parte della rivoluzione mondiale”. Questa giusta tesi fu avanzata fin dal 1924-1927 durante la prima grande rivoluzione cinese. Fu formulata dai comunisti cinesi ed ebbe l’approvazione di tutti coloro che partecipavano alla lotta antimperialista e antifeudale di quel tempo. Ma a quell’epoca, il significato di questa teoria non era ancora emerso chiaramente e di conseguenza essa era compresa solo vagamente. 

L’espressione “rivoluzione mondiale” non si riferisce più alla vecchia rivoluzione mondiale. La vecchia rivoluzione mondiale borghese appartiene già da tempo al passato; l’espressione si riferisce a una nuova rivoluzione mondiale, la rivoluzione mondiale socialista. Essere “parte” non significa più essere parte della vecchia rivoluzione borghese, ma essere parte della nuova rivoluzione socialista. Si tratta di un enorme mutamento, un mutamento senza precedenti nella storia della Cina e del mondo. 

Questa giusta tesi avanzata dai comunisti cinesi è basata sulla teoria di Stalin. 

Già nel 1918, in un articolo commemorativo del primo anniversario della Rivoluzione d’Ottobre, Stalin scriveva: 

“Il grande significato mondiale della Rivoluzione d’Ottobre consiste principalmente nel fatto che essa: 

1. ha allargato i limiti della questione nazionale, trasformandola da questione particolare della lotta contro l’oppressione nazionale in Europa nella questione generale della liberazione dei popoli oppressi delle colonie e delle semicolonie dal giogo imperialista; 

2. ha aperto ampie possibilità e vie efficaci per giungere a questa liberazione, rendendo notevolmente più facile ai popoli oppressi dell’occidente e dell’oriente la loro liberazione, spingendoli nell’alveo generale della lotta vittoriosa contro l’imperialismo; 

3. ha gettato, per questo stesso fatto, un ponte tra l’occidente socialista e l’oriente oppresso, costituendo un nuovo fronte della rivoluzione che dai proletari dell’occidente, attraverso la rivoluzione della Russia, giunge fino ai popoli oppressi dell’oriente, contro l’imperialismo mondiale”(13). 

Dopo questo articolo, Stalin ha più volte riesposto la teoria secondo cui le rivoluzioni delle colonie e delle semicolonie si sono staccate dalla vecchia categoria e sono divenute parte della rivoluzione socialista proletaria. La spiegazione più chiara e precisa fu data in un articolo del 30 giugno del 1925, in cui Stalin polemizzava con i nazionalisti jugoslavi di quel tempo. Questo articolo, intitolato Ancora una volta sulla questione nazionale, inserito poi nel libro tradotto da Chang Chung-shih e pubblicato sotto il titolo Stalin sulla questione nazionale, contiene il seguente passo: 

“Semic si richiama a un passo dell’opuscolo di Stalin, Il marxismo e la questione nazionale, scritto alla fine del 1912. Ivi è detto che ‘la lotta nazionale, nelle condizioni del capitalismo ascendente, è una lotta delle classi borghesi tra loro’. Con ciò, evidentemente, Semic cerca di far intendere che la sua definizione del significato sociale del movimento nazionale nelle attuali condizioni storiche è giusta. Ma l’opuscolo di Stalin è stato scritto prima della guerra imperialista, quando la questione nazionale non era ancora, nella concezione dei marxisti, una questione di importanza mondiale, quando la rivendicazione fondamentale dei marxisti sul diritto di autodecisione non era ancora considerata come parte della rivoluzione proletaria, ma come parte della rivoluzione democratica borghese. Sarebbe ridicolo non vedere che da allora la situazione internazionale è cambiata radicalmente, che la guerra da una parte e la Rivoluzione d’Ottobre in Russia dall’altra hanno trasformato la questione nazionale da elemento della rivoluzione democratica borghese in elemento della rivoluzione socialista proletaria. Fin dall’ottobre del 1916 nel suo articolo Bilancio della discussione sull’autodecisione, Lenin diceva che il punto fondamentale della questione nazionale, cioè il diritto di autodecisione, aveva cessato di essere parte del movimento democratico generale e s’era già trasformato in parte integrante della rivoluzione generale proletaria, socialista. Non parlo poi degli scritti successivi, sia di Lenin sia di altri rappresentanti del comunismo russo, sulla questione nazionale. Quale significato può avere, dopo tutto questo, il richiamo di Semic a quel passo dell’opuscolo di Stalin, scritto nel periodo della rivoluzione democratica borghese in Russia, oggi che siamo entrati, grazie alla nuova situazione storica, in un’epoca nuova, nell’epoca della rivoluzione proletaria? Può solo significare che Semic cita al di fuori del tempo e dello spazio, astraendo dalla reale situazione storica, perciò viola le più elementari esigenze della dialettica e non tiene conto del fatto che ciò che è giusto in una situazione storica può essere errato in un’altra”. 

Da ciò deriva che ci sono due tipi di rivoluzioni mondiali; il primo tipo appartiene alla categoria borghese o capitalista. L’era di questa rivoluzione è da tempo trascorsa; essa si è chiusa nel 1914 con lo scoppio della prima guerra imperialista mondiale e soprattutto nel 1917 con la Rivoluzione d’Ottobre in Russia. Ebbe allora inizio l’altro tipo di rivoluzione mondiale, la rivoluzione mondiale socialista proletaria. Tale rivoluzione ha come forza principale il proletariato dei paesi capitalisti e come alleate le nazioni oppresse delle colonie e delle semicolonie. Non importa quali classi, partiti e individui di una nazione oppressa partecipino alla rivoluzione; non importa neanche che essi siano o meno coscienti dei fatti sopra esposti o li comprendano: basta che si oppongano all’imperialismo perché la loro rivoluzione entri a far parte della rivoluzione mondiale socialista proletaria ed essi ne divengano gli alleati. 

La rivoluzione cinese ha assunto oggi un significato ancora più grande. La nostra è un’epoca in cui le crisi economiche e politiche del capitalismo trascinano sempre più il mondo nella Seconda guerra mondiale; un’epoca in cui l’Unione Sovietica è giunta alla fase di transizione dal socialismo al comunismo ed è in grado di dirigere e aiutare il proletariato e le nazioni oppresse di tutto il mondo nella lotta contro la guerra imperialista e la reazione capitalista; un’epoca in cui il proletariato dei paesi capitalisti si prepara a rovesciare il capitalismo e a realizzare il socialismo; è infine un’epoca in cui il proletariato, i contadini, gli intellettuali e gli altri strati della piccola borghesia in Cina sono divenuti una poderosa forza politica indipendente diretta dal Partito comunista cinese. In tale congiuntura, non dobbiamo forse pensare che la rivoluzione cinese ha assunto un significato mondiale ancora maggiore? Io penso di sì. La rivoluzione cinese è una parte molto importante della rivoluzione mondiale. 

La prima fase della rivoluzione cinese (che comprende a sua volta molte fasi minori) appartiene, per il suo carattere sociale, a un nuovo tipo di rivoluzione democratica borghese e non è ancora una rivoluzione socialista proletaria; tuttavia già da tempo essa è parte della rivoluzione mondiale socialista proletaria e ora ne è una parte molto importante e una grande alleata. Il primo passo, la prima fase della  rivoluzione cinese non mira certamente, e non può mirare, alla edificazione di una società capitalista di dittatura della borghesia cinese; al contrario, questa fase si concluderà con l’edificazione di una società di nuova democrazia sotto la dittatura congiunta delle varie classi rivoluzionarie cinesi dirette dal proletariato cinese. In seguito, la rivoluzione passerà alla seconda fase, la fase dell’edificazione di una società socialista in Cina. 

Questa è la caratteristica fondamentale dell’odierna rivoluzione cinese, questo il nuovo processo rivoluzionario degli ultimi vent’anni (dal Movimento del 4 maggio del 1919) e il vigoroso e concreto contenuto dell’odierna rivoluzione cinese. 

LA POLITICA DELLA NUOVA DEMOCRAZIA 

La nuova caratteristica storica della rivoluzione cinese è che essa si divide in due fasi storiche; la prima di esse è la rivoluzione di nuova democrazia. In che modo questa si manifesta concretamente nelle relazioni politiche ed economiche all’interno della Cina? È quanto dobbiamo ora chiarire. 

Prima del Movimento del 4 maggio 1919 (sorto dopo la prima guerra imperialista del 1914 e dopo la Rivoluzione d’Ottobre del 1917 in Russia), la direzione politica della rivoluzione democratica borghese in Cina apparteneva alla piccola borghesia e alla borghesia (ai loro intellettuali). Il proletariato cinese non era ancora apparso sulla scena politica come forza di classe cosciente e indipendente, esso partecipava alla rivoluzione solo a rimorchio della piccola borghesia e della borghesia. Al tempo della Rivoluzione del 1911, per esempio, il proletariato si trovava in queste condizioni. 

Dopo il Movimento del 4 maggio, pur continuando la borghesia nazionale cinese a partecipare alla rivoluzione, la direzione politica della rivoluzione democratica borghese in Cina non apparteneva più alla borghesia, ma al proletariato. A quel tempo, il proletariato cinese, per la maturità raggiunta e per l’influenza della rivoluzione russa, era rapidamente divenuto una forza politica cosciente e indipendente. La parola d’ordine “Abbasso l’imperialismo!” e il programma conseguente per una completa rivoluzione democratica borghese furono proposti dal Partito comunista cinese; fu il Partito comunista cinese a portare avanti, da solo, la rivoluzione agraria. 

La borghesia nazionale cinese, essendo la borghesia di un paese coloniale e semicoloniale, oppressa dall’imperialismo, conserva, anche nell’epoca dell’imperialismo, per un certo periodo e in una certa misura, un carattere rivoluzionario nella lotta contro l’imperialismo straniero e contro i governi dei burocrati e dei signori della guerra del proprio paese (si pensi agli esempi di opposizione a questi ultimi durante la Rivoluzione del 1911 e durante la Spedizione al nord); essa può unirsi con il proletariato e con la piccola borghesia per opporsi a quei nemici contro i quali è pronta a combattere. È su questo punto che la borghesia cinese differisce dalla borghesia della vecchia Russia zarista. Dato che la vecchia Russia zarista era un imperialismo militare-feudale che aggrediva altri paesi, la borghesia russa non possedeva alcun carattere rivoluzionario. Là il compito del proletariato consistette perciò nel combattere la borghesia, non nell’unirsi con essa. La Cina è invece una colonia e una semicolonia, vittima dell’aggressione e la sua borghesia nazionale, per un certo periodo e in una certa misura, possiede quindi un carattere rivoluzionario. Da noi il compito del proletariato è di non trascurare tale carattere rivoluzionario della borghesia nazionale e di formare con essa un fronte unito contro l’imperialismo e contro i governi dei burocrati e dei signori della guerra. Ma nello stesso tempo la borghesia nazionale cinese, in quanto borghesia di un paese coloniale e semicoloniale, è estremamente debole politicamente ed economicamente e ha anche un’altra caratteristica, la tendenza al compromesso con i nemici della rivoluzione. Anche quando partecipa alla rivoluzione, essa è riluttante a rompere completamente con l’imperialismo e rimane strettamente legata allo sfruttamento nelle campagne tramite l’affitto della terra; perciò essa non vuole e non può abbattere completamente l’imperialismo e ancor meno le forze feudali. Così nessuno dei due problemi fondamentali, dei due compiti fondamentali della rivoluzione democratica borghese in Cina, può essere risolto dalla borghesia nazionale. 

Quanto alla grande borghesia cinese, rappresentata dal Kuomintang, nel lungo periodo dal 1927 al 1937 essa trovò rifugio nelle braccia dell’imperialismo e si alleò alle forze feudali per combattere il popolo rivoluzionario. Anche la borghesia nazionale cinese si è schierata una volta con la controrivoluzione, nel 1927 e per qualche tempo dopo. Nel corso della Guerra di resistenza contro il Giappone, una parte della grande borghesia, che ha Wang Ching-wei(14) come suo rappresentante, ha di nuovo capitolato di fronte al nemico, dandoci così un ulteriore esempio di tradimento da parte della grande borghesia. Questa è un’altra differenza fra la borghesia cinese e la borghesia dei paesi europei e americani del passato e in particolare la borghesia francese. In quei paesi, e specialmente in Francia, quando la borghesia era ancora nel suo periodo rivoluzionario, le rivoluzioni borghesi erano relativamente conseguenti, mentre in Cina la borghesia non possiede neppure un analogo grado di coerenza. 

Da una parte la possibilità di prendere parte alla rivoluzione dall’altra la tendenza al compromesso con i nemici della rivoluzione: questo è il duplice carattere della borghesia cinese, che pretende di “tenere il piede in due scarpe”. Tale duplice carattere ha contraddistinto la borghesia anche nella storia d’Europa e d’America. Quando deve affrontare un nemico molto potente, la borghesia si unisce con gli operai e con i contadini per combatterlo; ma non appena gli operai e i contadini aprono gli occhi, si unisce con il nemico per combattere gli operai e i contadini. Questa è la legge generale che governa la borghesia in tutti i paesi del mondo, ma tale caratteristica è ancora più spiccata nella borghesia cinese. 

È del tutto evidente che in Cina conquisterà la fiducia del popolo chi sarà capace di guidarlo ad abbattere l’imperialismo e le forze feudali, perché l’imperialismo e le forze feudali, e il primo in particolare, sono i nemici giurati del popolo. Oggi sarà il salvatore del popolo chi saprà dirigerlo a cacciare l’imperialismo giapponese e a instaurare il sistema democratico. La storia ha provato che la borghesia cinese è incapace di adempiere questo compito, il quale ricade quindi inevitabilmente sulle spalle del proletariato. 

Il proletariato, i contadini, gli intellettuali e altri strati della piccola borghesia in Cina sono quindi le forze fondamentali che decidono del destino del paese. Queste classi, alcune già coscienti e altre sul punto di diventarlo, saranno necessariamente le componenti fondamentali della struttura statale e del potere politico della repubblica democratica cinese e il proletariato ne sarà la forza dirigente. La repubblica democratica cinese che noi vogliamo oggi fondare non può essere che una repubblica democratica sotto la dittatura congiunta di tutti gli elementi antimperialisti e antifeudali diretti dal proletariato, cioè una repubblica di nuova democrazia, una repubblica fondata sui nuovi Tre principi popolari(15), genuinamente rivoluzionari, con le tre politiche fondamentali. 

Da un lato tale repubblica di nuova democrazia sarà differente dal vecchio tipo europeo e americano di repubblica capitalista sotto la dittatura borghese, che è la repubblica di vecchia democrazia, repubblica ormai superata; dall’altro essa differirà anche dalla repubblica socialista di tipo sovietico sotto la dittatura del proletariato. Questa repubblica socialista, che già fiorisce nell’Unione Sovietica, sarà fondata in tutti i paesi capitalisti e senza alcun dubbio diventerà la forma predominante di struttura statale e di potere politico in tutti i paesi industrialmente avanzati; tuttavia, per tutto un determinato periodo storico, essa non è adatta alla rivoluzione nei paesi coloniali e semicoloniali. Perciò la forma di Stato che la rivoluzione deve adottare in questi paesi, per questo periodo, può essere solo una terza forma: la repubblica di nuova democrazia. Questa è la forma adatta per un periodo storico determinato, dunque una forma transitoria, ma una forma inevitabile e necessaria. 

I vari sistemi statali esistenti nel mondo, in base al carattere di classe del potere politico, possono essere fondamentalmente classificati in tre categorie: 1. repubbliche sotto la dittatura borghese; 2. repubbliche sotto la dittatura del proletariato; 3. repubbliche sotto la dittatura congiunta di più classi rivoluzionarie. 

La prima categoria comprende i vecchi Stati democratici. Oggi, dopo lo scoppio della seconda guerra imperialista, non c’è più alcuna traccia di democrazia in molti dei paesi capitalisti, che sono caduti o sono in procinto di cadere sotto la sanguinaria dittatura militare della borghesia. Anche alcuni paesi diretti dalla dittatura congiunta dei proprietari terrieri e della borghesia possono essere classificati in questa categoria. 

La seconda categoria è quella che oggi esiste nell’Unione Sovietica e che è in gestazione nei paesi capitalisti. In futuro, essa sarà, per un dato periodo, la forma dominante in tutto il mondo. 

La terza categoria rappresenta la forma statale di transizione che deve essere adottata dalle rivoluzioni nei paesi coloniali e semicoloniali. Le rivoluzioni dei diversi paesi coloniali e semicoloniali avranno certamente caratteristiche differenti, ma si tratterà di piccole variazioni nel quadro di una generale somiglianza. Fino a quando 197 si tratterà di rivoluzioni nelle colonie e nelle semicolonie, la struttura dello Stato e del potere politico sarà necessariamente la stessa nelle sue linee generali, sarà cioè uno Stato di nuova democrazia sotto la dittatura congiunta di più classi antimperialiste. Oggi in Cina, questo Stato di nuova democrazia prende la forma del fronte unito antigiapponese. Esso è antigiapponese e antimperialista; è una coalizione di più classi rivoluzionarie, un fronte unito. Disgraziatamente però, nonostante la guerra di resistenza duri da molto, in generale l’opera di democratizzazione del paese non è stata ancora avviata nella maggior parte del territorio, al di fuori delle basi d’appoggio democratiche antigiapponesi dirette dal Partito comunista cinese. L’imperialismo giapponese ha approfittato di questa fondamentale debolezza per irrompere nel nostro paese; se non si cambierà la politica, il futuro della nostra nazione sarà in serio pericolo. 

Qui stiamo trattando il problema del “sistema statale”. Sebbene venga discusso da molti decenni, dalla fine della dinastia Ching, questo problema non è stato ancora chiarito. In realtà esso non è che il problema della posizione delle diverse classi sociali in seno allo Stato. La borghesia dissimula sempre la divisione in classi e nascondendosi dietro la bandiera del “cittadino” esercita la dittatura di una sola classe. Questa dissimulazione va a tutto svantaggio del popolo rivoluzionario, al quale è necessario spiegare chiaramente la faccenda. La parola “cittadino” va benissimo, ma non deve comprendere i controrivoluzionari e i collaborazionisti. Una dittatura di tutte le classi rivoluzionarie sui controrivoluzionari e sui collaborazionisti, ecco lo Stato di cui abbiamo bisogno oggi. 

“Negli Stati moderni il cosiddetto sistema democratico è di solito monopolizzato dalla borghesia ed è divenuto null’altro che uno strumento per opprimere il popolo. Il principio della democrazia del Kuomintang, invece, indica che il sistema democratico è un bene comune del popolo e non qualcosa di cui pochi individui possono appropriarsi”. Questa è una solenne dichiarazione contenuta nel Manifesto del primo Congresso nazionale del Kuomintang, tenuto si nel 1924, un congresso di cooperazione tra il Kuomintang e il Partito comunista cinese. Per sedici anni il Kuomintang ha violato questa dichiarazione e la grave crisi nazionale odierna ne è il risultato. È l’errore più grave che il Kuomintang abbia commesso, e noi speriamo che lo correggerà nel fuoco purificatore della Guerra di resistenza contro il Giappone. 

Quanto al problema del “sistema politico”, esso si riferisce all’organizzazione del potere politico, alla forma che una data classe sociale sceglie per creare gli organi del suo potere politico al fine di combattere i nemici e proteggere se stessa. Quindi non esiste Stato che non abbia un adeguato sistema di organi del potere politico adatti a rappresentarlo. La Cina può ora adottare un sistema di assemblee popolari, dall’assemblea popolare nazionale, alle assemblee popolari provinciali, distrettuali, circondariali, fino alle assemblee popolari cantonali, ognuna delle quali elegge ai vari livelli i rispettivi governi. Ma dobbiamo introdurre un sistema di elezioni a suffragio realmente universale, uguale per tutti, senza distinzioni di sesso, di credenza, di censo, d’istruzione; solo questo sistema elettorale potrà far sì che ogni classe rivoluzionaria sia adeguatamente rappresentata secondo la posizione che essa occupa nello Stato, permetterà che la volontà del popolo si esprima, farà esistere un'adeguata direzione delle lotte rivoluzionarie e incarnerà in modo adeguato lo spirito della nuova democrazia. Questo è il centralismo democratico. Solo un governo basato sul centralismo democratico può permettere alla volontà del popolo rivoluzionario di esprimersi appieno e può combattere con la massima energia i nemici della rivoluzione. Il principio secondo cui il sistema democratico “non è qualcosa di cui pochi individui possono appropriarsi” deve trovare la sua espressione nella composizione del governo e dell’esercito; senza un vero sistema democratico questo obiettivo non potrà mai essere raggiunto e ciò comporterebbe una discordanza tra sistema politico e sistema statale. 

Come sistema statale, la dittatura congiunta di più classi rivoluzionarie; come sistema politico, il centralismo democratico. Questa è la politica della nuova democrazia, questa è la repubblica di nuova democrazia, la repubblica del fronte unito antigiapponese, la repubblica dei nuovi Tre principi popolari con le tre politiche fondamentali, la Repubblica cinese di nome e di fatto. Oggi noi abbiamo una Repubblica cinese di nome, non di fatto; il nostro compito attuale è far sì che la realtà corrisponda al nome. 

Questi sono i rapporti politici interni che una Cina rivoluzionaria, una Cina che resiste al Giappone, deve creare e non può non creare; questo è l’unico giusto orientamento per l’attuale opera di “costruzione nazionale”. 

L’ECONOMIA DELLA NUOVA DEMOCRAZIA 

La repubblica da fondare in Cina deve essere di nuova democrazia non soltanto nella sua politica, ma anche nella sua economia. 

Le grandi banche, le grandi imprese industriali e commerciali devono diventare in questa repubblica proprietà dello Stato. 

“Tutte le imprese, di proprietà cinese o straniera, che abbiano un carattere monopolistico o che abbiano proporzioni tali da non poter essere gestite da singoli individui, come banche, ferrovie e linee aeree, devono essere assunte in gestione dallo Stato, affinchè il capitale privato non possa dominare la vita del popolo: questo è il principio fondamentale del controllo sul capitale”. Anche questa è una solenne dichiarazione contenuta nel Manifesto del primo Congresso nazionale del Kuomintang, un congresso di cooperazione tra il Kuomintang e il Partito comunista cinese; questo è il giusto orientamento in materia di struttura economica della repubblica di nuova democrazia. In questa repubblica diretta dal proletariato, l’economia statale ha carattere socialista e costituisce la forza dirigente dell’intera economia nazionale; la repubblica, però, non confischerà in generale le proprietà private capitaliste, né proibirà lo sviluppo della produzione capitalista che “non possa dominare la vita del popolo”; questo perché l’economia cinese è ancora molto arretrata.  

La repubblica adotterà certe misure necessarie per confiscare la terra ai proprietari terrieri e distribuirla ai contadini che non ne hanno o ne hanno poca, metterà in atto la parola d’ordine del dott. Sun Yat-sen “la terra a chi la lavora”, abolirà i rapporti feudali nelle campagne e darà la terra in proprietà privata ai contadini. Nelle campagne sarà permessa l’esistenza dell’economia dei contadini ricchi. Questo è il principio “dell’uguaglianza di diritti nella proprietà della terra”. La parola d’ordine giusta per l’attuazione di questo principio è “la terra a chi la lavora”. Nel corso di questa fase, in generale non verrà creata un’agricoltura socialista, anche se diversi tipi di economia cooperativa che si svilupperanno sulla base di “la terra a chi la lavora” conterranno elementi di socialismo. 

L’economia cinese deve necessariamente seguire la via del “controllo sul capitale” e “dell’uguaglianza di diritti nella proprietà della terra” e non deve essere mai “qualcosa di cui pochi individui possono appropriarsi”; non si può assolutamente permettere a pochi capitalisti e proprietari terrieri di “dominare la vita del popolo”; non si può assolutamente creare una società capitalista di tipo europeo-americano, né tollerare che sopravviva la vecchia società semifeudale. Chiunque osi andare contro questo orientamento, non riuscirà nel suo intento e batterà la testa contro il muro. 

Questi sono i rapporti economici interni che una Cina rivoluzionaria, una Cina che resiste al Giappone, deve creare e creerà inevitabilmente. 

Questa è l’economia di nuova democrazia. La politica di nuova democrazia è l’espressione concentrata di questa economia di nuova democrazia. 

CONFUTAZIONE DELLA DITTATURA BORGHESE 

Questa repubblica, con la sua politica e la sua economia di nuova democrazia, è approvata da più del 90 per cento della popolazione del nostro paese; non c’è altra via possibile. 

Seguire la strada che conduce alla società capitalista di dittatura borghese? Certamente, questa fu la vecchia strada percorsa dalla borghesia europea e americana, ma né la situazione internazionale né quella interna permettono alla Cina di fare altrettanto, piaccia o non piaccia. 

A giudicare dalla situazione internazionale, quella strada è un vicolo cieco. L’attuale situazione internazionale è fondamentalmente una situazione di lotta tra il capitalismo e il socialismo, una situazione di declino del capitalismo e di ascesa del socialismo. 

Innanzitutto la creazione in Cina di una società capitalista di dittatura borghese non è tollerata dal capitalismo internazionale, cioè dall’imperialismo. La storia dell’aggressione imperialista contro la Cina, dell’opposizione imperialista all’indipendenza cinese e allo sviluppo di un capitalismo cinese, è appunto la storia moderna della Cina. Le prime rivoluzioni cinesi fallirono perché furono tutte soffocate dall’imperialismo; innumerevoli martiri rivoluzionari sono morti riconoscendo amaramente di non aver portato a termine il loro compito. Oggi è il potente imperialismo giapponese che ha invaso la Cina e vuol farne una colonia; oggi è il Giappone che sviluppa in Cina un proprio capitalismo e non la Cina che sviluppa un capitalismo cinese; oggi è la borghesia giapponese che esercita la sua dittatura in Cina, non la borghesia cinese che esercita la sua dittatura. 

Certamente questo è il periodo degli ultimi sussulti dell’imperialismo, “l’imperialismo è il capitalismo morente”(16). Ma proprio perché è morente, esso conta sempre più, per la propria sopravvivenza, sulle colonie e sulle semicolonie e non permette assolutamente a nessuna di esse di creare qualcosa che assomigli a una società capitalista di dittatura borghese. Proprio perché l’imperialismo giapponese è sprofondato in una grave crisi economica e politica, proprio perché è in punto di morte, esso ha assolutamente bisogno di invadere la Cina e di ridurla a colonia, bloccando così alla Cina il cammino verso la creazione di una dittatura borghese e verso lo sviluppo di un capitalismo nazionale. 

In secondo luogo, la creazione in Cina di una società capitalista di dittatura borghese non è permessa dal socialismo. Tutte le potenze imperialiste del mondo sono nostre nemiche; se vuole l’indipendenza, la Cina non può rinunciare all’aiuto dello Stato socialista e del proletariato internazionale. Ciò significa che non può fare a meno dell’aiuto dell’Unione Sovietica e dell’aiuto che il proletariato del Giappone, della Gran Bretagna, degli Stati Uniti, della Francia, della Germania e dell’Italia le prestano lottando nel proprio paese contro il capitalismo. Sebbene non si possa affermare che la vittoria della rivoluzione cinese debba attendere la vittoria della rivoluzione in tutti questi paesi né la vittoria in uno o due di questi paesi, tuttavia non può esserci dubbio che noi possiamo raggiungere la vittoria solo sommando la forza del proletariato di questi paesi alla nostra. L’aiuto dell’Unione Sovietica, in particolare, è una condizione assolutamente indispensabile per la vittoria finale della Cina nella Guerra di resistenza contro il Giappone. Rifiutare l’aiuto sovietico significherebbe far fallire la rivoluzione. 

La lezione delle campagne antisovietiche lanciate a partire dal 1927(17) non è forse stata estremamente chiara? Il mondo di oggi è in una nuova era di rivoluzioni e di guerre, nell’era dell’inevitabile fine del capitalismo e dell’irresistibile avanzata del socialismo. In tali condizioni non sarebbe pura follia voler edificare in Cina, dopo la vittoria sull’imperialismo e sul feudalesimo, una società capitalista di dittatura borghese? 

Anche se, dopo la prima guerra imperialista mondiale e la Rivoluzione d’Ottobre, è apparsa una piccola Turchia kemalista di dittatura borghese(18) grazie a condizioni specifiche (la vittoria della borghesia nella lotta contro l’aggressione greca e l’estrema debolezza del proletariato), dopo la Seconda guerra mondiale e dopo il compimento della costruzione socialista nell’URSS non potrà più esserci un’altra Turchia e ancor meno una “Turchia” con una popolazione di 450 milioni di abitanti. Le condizioni particolari della Cina (la debolezza e la tendenza al compromesso della borghesia, la forza e lo spirito rivoluzionario conseguente del proletariato) non permettono che qui le cose vadano come in Turchia. Dopo il fallimento della prima grande rivoluzione cinese nel 1927, alcuni elementi della borghesia cinese non fecero un gran parlare del kemalismo? Ma dov’è il Kemal della Cina? Dove sono in Cina la dittatura borghese e la società capitalista? Si deve inoltre aggiungere che anche la Turchia kemalista dovette finire per gettarsi nelle braccia dell’imperialismo anglo-francese, trasformandosi a poco a poco in una semicolonia, una parte del mondo reazionario imperialista. Nell’attuale situazione internazionale, gli “eroi” delle colonie e delle semicolonie possono schierarsi con il fronte imperialista e diventare parte delle forze della controrivoluzione mondiale o con il fronte antimperialista e diventare parte delle forze della rivoluzione mondiale; o l’uno o l’altro schieramento, non c’è una terza via. 

A giudicare dalla situazione interna, la borghesia cinese dovrebbe ormai avere appreso la lezione necessaria. 

La rivoluzione del 1927 aveva appena la raggiunto la vittoria per merito delle forze del proletariato, dei contadini e degli altri strati della piccola borghesia quando la borghesia cinese, con alla testa la grande borghesia, respinse brutalmente le masse popolari, monopolizzò i frutti della rivoluzione stabilì un’alleanza controrivoluzionaria con l’imperialismo e le forze feudali ed esaurì tutte le sue energie in una guerra di “annientamento dei comunisti” durata dieci anni. Quale fu il risultato? 

Oggi che un potente nemico è penetrato in profondità nel nostro territorio e che conduciamo da due anni la Guerra di resistenza contro il Giappone, forse volete ancora rifarvi alle vecchie ricette della borghesia europea e americana? I dieci anni di “annientamento dei comunisti” non riuscirono a produrre nulla che somigliasse a una società capitalista di dittatura borghese; forse volete oggi ritentare l’esperimento? 

È vero che i dieci anni di “annientamento dei comunisti” hanno prodotto una “dittatura monopartitica”, ma si tratta sempre di una dittatura semicoloniale e semifeudale. Inoltre, come risultato di quattro anni di “annientamento dei comunisti” (dal 1927 all’Incidente del 18 settembre 1931)(19), si ebbe il Manciukuo(20). Dopo altri sei anni di “annientamento dei comunisti”, nel 1937, gli imperialisti giapponesi riuscirono a penetrare nella parte del territorio cinese situata a sud della Grande Muraglia (21). 

Se c’è oggi qualcuno che vuol cominciare altri dieci anni di “annientamento dei comunisti”, ne risulterà un nuovo tipo di “annientamento dei comunisti”, un po’ diverso dal vecchio tipo. 

Non vi è già qualcuno, veloce nella corsa, che ha distaccato tutti gli altri e si è già coraggiosamente gettato in questa nuova impresa di “annientamento dei comunisti”? Sì, costui è Wang Ching-wei, una già celebre figura di anticomunista di nuovo tipo. Se qualcuno desidera affiliarsi alla sua banda, è libero di farlo; ma allora non sarà ancora più imbarazzante fare grandi discorsi sulla dittatura borghese, la società capitalista, il kemalismo, lo Stato moderno, la dittatura monopartitica, la “dottrina unica” e così via? 

Se poi, invece di unirsi alla banda di Wang Ching-wei, qualcuno desidera entrare nel campo della resistenza al Giappone, immaginando di potere, una volta vinta la guerra, respingere il popolo che ha combattuto contro il Giappone, monopolizzare i frutti della vittoria e creare la “dittatura permanente monopartitica”, non è proprio un bel sognatore? “Resistere al Giappone!”, “Resistere al Giappone!”. Ma con quali forze? Senza gli operai, senza i contadini e senza gli altri strati della piccola borghesia non potrete avanzare di un solo passo. Chiunque oserà ancora dare loro un calcio, sarà polverizzato; non è questa, ancora una volta, una questione di buonsenso? 

Sembra che i duri a morire della borghesia cinese (ed è solo ai duri a morire che mi riferisco) non abbiano tratto alcuna lezione dagli ultimi vent’anni. Non li sentiamo urlare, oggi come sempre: “limitare il Partito comunista cinese”, “dissolvere il Partito comunista cinese”, “combattere il Partito comunista cinese”? Non abbiamo visto che le “Misure per limitare le attività dei partiti eretici”(22) sono state seguite dalle “Misure per risolvere il problema dei partiti eretici” e quindi dalle “Direttive per risolvere il problema dei partiti eretici”? Cielo! Se si continua a “limitare” e a “risolvere” in questo modo, c’è da chiedersi quale futuro stiano preparando alla nostra nazione e a se stessi! A questi signori noi consigliamo, seriamente e sinceramente: aprite gli occhi e gettate uno sguardo sulla Cina e sul mondo, guardate cosa c’è dentro e fuori del paese, considerate bene la situazione e non ripetete gli stessi errori. Se persisterete negli errori, il futuro della nazione sarà denso di sciagure e credo che neppure voi ve la caverete. È certo, sicuro e vero che se questi duri a morire della borghesia cinese non si sveglieranno, le cose non andranno bene per loro e si aprirà loro la prospettiva di una rovina da essi stessi provocata. Noi speriamo perciò che in Cina sarà mantenuto il fronte unito antigiapponese e che la causa della Guerra di resistenza contro il Giappone sarà perseguita fino alla vittoria, con la cooperazione e non con il monopolio di una cricca. Questa è la sola politica buona, ogni altra politica è cattiva. Questo è il consiglio sincero di noi comunisti, non potrete dire che non vi abbiamo avvertito. 

Dice un vecchio detto cinese: “Finché c’è cibo, dividiamolo”. Esso è pieno di verità. Come tutti devono combattere finché c’è il nemico, così tutti devono mangiare finché c’è da mangiare, lavorare finché c’è lavoro, studiare finché ci sono libri. L’atteggiamento di chi dice: “Voglio mangiare tutta la torta da solo” e “Nessuno può danneggiarmi”, è una vecchia storia da signori feudali che non può riuscire negli anni quaranta del XX secolo. 

In nessun caso noi comunisti respingeremo chi è rivoluzionario; noi persisteremo nel fronte unito e nella cooperazione a lungo termine con tutte le classi, gli strati, i partiti, i gruppi politici e i singoli individui disposti a resistere fino in fondo al Giappone. Ma se qualcuno vuole boicottare il Partito comunista cinese, non riuscirà nel suo intento; se qualcuno vuol rompere il fronte unito, neanche in questo riuscirà. La Cina deve persistere nella resistenza, nell’unità e nel progresso; non tollereremo la capitolazione, la scissione e il regresso. 

CONFUTAZIONE DEI CHIACCHIERONI “DI SINISTRA” 

Se è da escludere la strada capitalista di dittatura borghese, è forse possibile imboccare la strada socialista di dittatura del proletariato? 

No, anche questo è impossibile. 

Certamente l’attuale rivoluzione è un primo passo, che nel futuro si svilupperà in un secondo passo, quello del socialismo. Solo quando sarà entrata nell’era socialista la Cina raggiungerà una vera felicità. Ma oggi non è ancora il momento di attuare il socialismo. Il compito attuale della rivoluzione cinese è di combattere l’imperialismo e il feudalesimo; fino a quando non sarà stato adempiuto questo compito, il socialismo è fuori questione. La rivoluzione cinese deve inevitabilmente attraversare due fasi: la prima è la nuova democrazia, la seconda è il socialismo. Inoltre la prima fase richiederà un tempo abbastanza lungo ed è assolutamente impossibile portarla a termine dalla sera alla mattina. Noi non siamo utopisti e non possiamo prescindere dalle condizioni reali che ci stanno di fronte. 

Alcuni malevoli propagandisti confondono deliberatamente queste due diverse fasi della rivoluzione e propugnano la cosiddetta “teoria della rivoluzione unica”, per dimostrare che tutte le rivoluzioni sono contenute nei Tre principi popolari e che il comunismo quindi perde la sua ragion d’essere; di questa “teoria” essi si servono per combattere freneticamente il comunismo, il Partito comunista cinese, l’8a armata, la nuova 4a armata e la regione di confine Shensi-Kansu-Ningsia. Il loro obiettivo è sradicare ogni tipo di rivoluzione, opporsi a una conseguente rivoluzione democratica borghese e a una conseguente resistenza al Giappone e preparare l’opinione pubblica alla capitolazione di fronte agli invasori giapponesi. 

Questa situazione è stata creata deliberatamente dagli imperialisti giapponesi. Infatti, dopo avere occupato Wuhan, essi hanno compreso che la sola forza militare non può soggiogare la Cina e sono perciò ricorsi alle offensive politiche e agli allettamenti economici. Le offensive politiche consistono nell’attirare gli elementi vacillanti dello schieramento antigiapponese, nel dividere il fronte unito e nell’insidiare la cooperazione fra il Kuomintang e il Partito comunista cinese. Gli allettamenti economici prendono la forma delle cosiddette “imprese miste”. Nella Cina centrale e meridionale gli invasori giapponesi permettono ai capitalisti cinesi di partecipare a queste imprese con investimenti per il 51 per cento del capitale sociale, contro una partecipazione giapponese del 49 per cento; nella Cina settentrionale con investimenti per il 49 per cento contro un capitale giapponese del 51 per cento. Hanno poi promesso di restituire ai capitalisti cinesi le loro proprietà, computandone il valore come quota di partecipazione al capitale. 

Alcuni capitalisti, privi di ogni coscienza, di fronte a questa prospettiva di profitti dimenticano tutti i principi morali e desiderano ardentemente tentare. Una parte, rappresentata da Wang Ching-wei, ha già capitolato. Altri, che si annidano nel fronte antigiapponese, sognano di passare anch’essi al nemico; ma, come tutti i ladri, sono dei vigliacchi e temono che il Partito comunista cinese sbarri loro la strada o, ancor peggio, che il popolo li accusi di collaborazionismo. Così si sono consultati e hanno deciso, come prima misura, di preparare l’opinione pubblica negli ambienti culturali e della stampa. Impostata in tal modo la loro politica, non hanno perso tempo ad assoldare qualche “spacciatore di metafisica”(23) e, in più, qualche trotskista, i quali, impugnando la penna come una lancia, si sono scagliati in tutte le direzioni e hanno creato confusione. È così nata la “teoria della rivoluzione unica”, sono venuti fuori gli argomenti secondo cui il comunismo non si confà alle condizioni nazionali cinesi, il Partito comunista cinese non ha ragione di esistere in Cina, l’8a e la nuova 4a armata sabotano la resistenza al Giappone e si spostano senza combattere il nemico, la regione di confine Shensi-Kansu-Ningsia è un feudo e il Partito comunista cinese si rifiuta di obbedire, non vuole l’unificazione, tesse intrighi e crea disordini: queste sono le menzogne di cui si servono per ingannare chi non sa ciò che succede nel mondo e perché al momento opportuno i capitalisti possano trovare il terreno già pronto per intascare il loro 49 o 51 per cento e vendere al nemico gli interessi della nazione. Questo significa “rubare le travi e le colonne e sostituirle con tronchi marci”, questa è una preparazione ideologica, o preparazione dell’opinione pubblica, alla capitolazione. Questi signori che avanzano con falsa serietà la “teoria della rivoluzione unica” per combattere il comunismo e il Partito comunista cinese, in realtà si danno da fare solo per il loro 49 o 51 per cento. Quanto hanno dovuto lambiccarsi il cervello! La “teoria della rivoluzione unica” è semplicemente la teoria della rinuncia alla rivoluzione; questo è il nocciolo della questione. 

Ma ci sono altre persone, a quanto pare senza cattive intenzioni, che sono messe fuori strada dalla “teoria della rivoluzione unica” e dall’idea puramente soggettiva di “risolvere con un solo colpo la rivoluzione politica e la rivoluzione sociale”; costoro non comprendono che la rivoluzione è divisa in fasi, che possiamo passare alla seconda fase solo dopo aver completato la prima e che non c’è la minima possibilità di risolvere tutto “in un solo colpo”. Questo modo di vedere confonde le fasi della rivoluzione, indebolisce gli sforzi che devono esser fatti per la realizzazione dei compiti immediati ed è anche molto nocivo. È esatto dire che, delle due fasi della rivoluzione, la prima crea le condizioni per la seconda, che le due fasi devono essere consecutive e che non è permesso intercalare tra le due una fase di dittatura borghese. Questa è la teoria marxista dello sviluppo della rivoluzione. Affermare che la rivoluzione democratica non ha compiti specifici e non corrisponde a un periodo determinato, sostenere la possibilità di adempiere, insieme con i compiti della rivoluzione democratica, altri compiti che invece possono essere realizzati solo in un altro periodo, per esempio, quelli della rivoluzione socialista, in altri termini, volere risolvere tutto “in un solo colpo”, è un’utopia che ogni vero rivoluzionario deve respingere. 

CONFUTAZIONE DEI DURI A MORIRE 

Ecco poi che si fanno avanti i duri a morire della borghesia e dicono: “Bene, voi comunisti avete rimandato a uno stadio ulteriore l’attuazione del sistema socialista e avete dichiarato: ‘I Tre principi popolari sono oggi necessari alla Cina e il nostro partito è pronto a lottare per la loro completa realizzazione’’(24). Allora mettete provvisoriamente da parte il vostro comunismo”. Si è fatto di recente un gran baccano su questo argomento presentato sotto l’etichetta della “dottrina unica”. L’essenza di questo baccano è il dispotismo borghese dei duri a morire. Per educazione, ci limiteremo a dire che tutto questo denota un’assoluta mancanza di buonsenso. 

Il comunismo è sia il sistema completo dell’ideologia del proletariato sia, nello stesso tempo, un nuovo sistema sociale. Questa ideologia e questo sistema sociale differiscono da ogni altra ideologia e da ogni altro sistema sociale e sono i più completi, i più progressisti, i più rivoluzionari, i più razionali di tutta la storia dell’umanità. L’ideologia e il sistema sociale del feudalesimo sono ormai entrati nel museo della storia. L’ideologia e il sistema sociale del capitalismo sono anch’essi divenuti un pezzo da museo in una parte del mondo (nell’URSS); altrove, rassomigliano a “un moribondo che declina rapidamente, come il sole dietro le colline dell’ovest” e saranno anch’essi presto riposti nel museo della storia. Solo l’ideologia e il sistema sociale del comunismo si diffondono in tutto il mondo con l’impeto della valanga e la forza del fulmine e sono pieni di giovinezza e di vitalità. Da quando il comunismo scientifico è stato introdotto in Cina, nuovi orizzonti si sono aperti per gli uomini e anche la rivoluzione cinese ha mutato di fisionomia. Senza il comunismo per guidarla, la rivoluzione democratica cinese non potrà mai trionfare; così dicendo, non parliamo della seconda fase della rivoluzione. È per questa ragione che i duri a morire della borghesia chiedono a gran voce che il comunismo sia “messo da parte”. In verità, non lo si può “mettere da parte”; se ciò avvenisse, la Cina sarebbe perduta. Tutto il mondo vede oggi nel comunismo la sua salvezza e la Cina non fa eccezione. 

È a tutti noto che, riguardo al sistema sociale, il partito comunista ha un suo programma per il presente e un suo programma per il futuro, ossia un programma minimo e un programma massimo. Per il presente, la nuova democrazia, per il futuro, il socialismo: sono due parti di un tutto organico, dirette dall’unica e medesima ideologia comunista. Non è dunque il colmo dell’assurdità andare in giro strillando che il comunismo deve essere “messo da parte” perché il programma minimo del Partito comunista cinese coincide fondamentalmente con il contenuto politico dei Tre principi popolari? È la fondamentale coincidenza tra il nostro programma minimo e il contenuto politico dei Tre principi popolari che permette a noi comunisti di riconoscere che “i Tre principi popolari sono la base politica del fronte unito antigiapponese” e di dichiarare che “i Tre principi popolari sono oggi necessari alla Cina e il nostro Partito è pronto a lottare per la loro completa realizzazione”. In caso contrario non avremmo ritenuto ciò possibile. Si tratta qui del fronte unito tra il comunismo e i Tre principi popolari nella fase della rivoluzione democratica, proprio il tipo di fronte unito che intendeva Sun Yat-sen quando affermava: “Il comunismo è un grande amico dei Tre principi popolari”(25). Respingere il comunismo significa in realtà respingere il fronte unito. È appunto perché i duri a morire vogliono attuare la loro dottrina del partito unico e respingere il fronte unito che hanno messo insieme tanti assurdi argomenti per respingere il comunismo. 

La tesi di una “dottrina unica” è anch’essa assurda. Fino a quando esistono le classi, esisteranno tante dottrine quante sono le classi; perfino i diversi gruppi all’interno di una stessa classe possono avere le loro rispettive dottrine. Attualmente la classe feudale ha il feudalesimo, la borghesia ha il capitalismo, i buddisti il buddismo, i cristiani il cristianesimo, i contadini il politeismo e, in questi ultimi anni, sono venuti fuori i fautori del kemalismo, del fascismo, del vitalismo(26), della “dottrina della ripartizione secondo il lavoro”(27). Perché allora il proletariato non potrebbe avere il comunismo? Vi sono innumerevoli “ismi”, ma perché solo nei confronti del comunismo questa gente va strillando che deve essere “messo da parte”? Francamente, è impossibile “mettere da parte” il comunismo; meglio lasciare che ci sia competizione. Se il comunismo sarà battuto, noi comunisti ammetteremo la nostra sconfitta. In caso contrario, che sia “messa da parte” il più presto possibile la “dottrina unica” che viola il principio della democrazia! 

Per evitare malintesi e aprire gli occhi ai duri a morire, è necessario spiegare chiaramente in che cosa i Tre principi popolari e il comunismo coincidono e in che cosa si differenziano. 

Mettendo a confronto le due dottrine, i Tre principi popolari e il comunismo, noi troviamo sia coincidenze sia differenze. 

In primo luogo, le coincidenze. Esse risiedono nel programma politico fondamentale delle due dottrine durante la fase della rivoluzione democratica borghese in Cina. Le tre politiche derivanti dalla nuova interpretazione dei Tre principi popolari (nazionalismo, democrazia e benessere del popolo) data da Sun Yat-sen nel 1924 coincidono fondamentalmente con il programma politico comunista per la fase della rivoluzione democratica in Cina. Grazie a queste coincidenze e all’attuazione dei Tre principi popolari è sorto il fronte unito delle due dottrine e dei due partiti. Sarebbe errato ignorare questo aspetto. 

In secondo luogo, le differenze. 

1. Differenza in una parte del programma per la fase della rivoluzione democratica. Il programma politico comunista per l’intero corso della rivoluzione democratica prevede la piena realizzazione del potere del popolo, la giornata lavorativa di otto ore e una vera e completa rivoluzione agraria, cose che non compaiono nei Tre principi popolari. A meno che questi punti non siano aggiunti ai Tre principi popolari e non ci si prepari ad attuarli, ci sarà solo una coincidenza fondamentale tra i due programmi democratici, ma non si potrà parlare di perfetta coincidenza. 

2. Differenza nell’ammettere o non ammettere la fase della rivoluzione socialista. Oltre la fase della rivoluzione democratica, il comunismo prevede la fase della rivoluzione socialista; esso ha perciò, oltre a un programma minimo, un programma massimo, cioè un programma per la realizzazione di un sistema sociale socialista e comunista. I Tre principi popolari prevedono solo la fase della rivoluzione democratica e non quella della rivoluzione socialista; hanno perciò solo un programma minimo e non un programma massimo, cioè non hanno un programma per la creazione del sistema sociale socialista e comunista. 

3. Differenza nella concezione del mondo. La concezione comunista del mondo è il materialismo dialettico e il materialismo storico, mentre la concezione del mondo dei Tre principi popolari è l’interpretazione della storia in termini di benessere del popolo e questa, per la sua essenza, è una concezione dualista o idealista; le due concezioni sono in conflitto fra loro. 

4. Differenza riguardo allo spirito rivoluzionario conseguente. Per i comunisti la teoria si identifica con la pratica e questo significa che i comunisti hanno uno spirito rivoluzionario conseguente. I fautori dei Tre principi popolari, ad eccezione di coloro che sono assolutamente fedeli alla rivoluzione e alla verità, non identificano la teoria con la pratica e le loro azioni contraddicono le loro parole; in altri termini, essi mancano di uno spirito rivoluzionario conseguente. 

Queste sono le differenze fra le due dottrine. Questo è ciò che distingue i comunisti dai fautori dei Tre principi popolari. Sarebbe indubbiamente un grave errore non tener conto delle differenze, vedere solo l’identità e non i contrasti. 

Una volta compreso tutto ciò, diventa chiaro il significato della richiesta dei duri a morire della borghesia di mettere da parte il comunismo: si tratta o di dispotismo della borghesia o di completa mancanza di buonsenso. 

I VECCHI E I NUOVI TRE PRINCIPI POPOLARI 

I duri a morire della borghesia non si rendono assolutamente conto dei mutamenti storici e le loro conoscenze sono così scarse da essere praticamente nulle. Essi non conoscono né le differenze tra il comunismo e i Tre principi popolari, né le differenze fra i nuovi e i vecchi Tre principi popolari. 

Noi comunisti riconosciamo “i Tre principi popolari come base politica per il fronte unito nazionale antigiapponese”; dichiariamo che “i Tre principi popolari sono oggi necessari alla Cina e il nostro partito è pronto a lottare per la loro completa realizzazione”; riconosciamo che il programma minimo comunista e il contenuto politico dei Tre principi popolari coincidono nelle linee fondamentali. Ma di quali Tre principi popolari si tratta? Si tratta dei Tre principi popolari ai quali il dott. Sun Yat-sen ha dato una nuova interpretazione nel Manifesto del primo Congresso nazionale del Kuomintang e non di altri. Io spero che quei signori duri a morire, quando il lavoro di “limitare il Partito comunista cinese”, “dissolvere il Partito comunista cinese” e “combattere il Partito comunista cinese’, lavoro nel quale sono tanto piacevolmente impegnati, lascerà loro un momento di riposo, sfoglino questo manifesto. Il dott. Sun Yat-sen vi afferma: “Questa è la vera interpretazione dei Tre principi popolari del Kuomintang”. Da ciò si deduce che solo questi Tre principi popolari sono genuini, gli altri sono spuri. Solo l’interpretazione dei Tre principi popolari data nel Manifesto del primo Congresso nazionale del Kuomintang è la “vera interpretazione”, ogni altra interpretazione è falsa. Non si tratta qui presumibilmente di una “invenzione” del Partito comunista cinese, perché molti membri del Kuomintang e io stesso siamo stati testimoni dell’approvazione di questo manifesto. 

Il manifesto segna la distinzione tra le due epoche storiche dei Tre principi popolari. Prima del manifesto, i Tre principi popolari rientravano nella vecchia categoria, erano i Tre principi popolari della vecchia rivoluzione democratica borghese in una semicolonia, i Tre principi popolari della vecchia democrazia, i vecchi Tre principi popolari. 

Dopo il manifesto, i Tre principi popolari rientrano nella nuova categoria, sono i Tre principi popolari della nuova rivoluzione democratica borghese in una semicolonia, i Tre principi popolari della nuova democrazia, i nuovi Tre principi popolari. Questi, e questi solamente, sono i Tre principi popolari rivoluzionari del nuovo periodo. 

I Tre principi popolari rivoluzionari del nuovo periodo, i nuovi o genuini Tre principi popolari, sono i Tre principi popolari che contengono le tre politiche fondamentali: alleanza con la Russia, alleanza con il Partito comunista cinese e appoggio ai contadini e agli operai. Senza queste tre politiche fondamentali, o mancando una sola di esse, i Tre principi popolari diventano, in questo nuovo periodo, falsi o incompleti. 

In primo luogo, i Tre principi popolari rivoluzionari, i nuovi o genuini Tre principi popolari, devono contemplare l’alleanza con la Russia. È del tutto evidente che nella presente situazione, senza una politica di alleanza con la Russia, di alleanza con lo Stato socialista, si avrebbe fatalmente una politica di alleanza con l’imperialismo, di alleanza con le potenze imperialiste. Non avvenne proprio questo dopo il 1927? Non appena la lotta tra l’Unione Sovietica socialista e le potenze imperialiste si inasprirà, la Cina dovrà schierarsi da una parte o dall’altra; ciò è inevitabile. È possibile non schierarsi né con gli uni né con gli altri? No, questa è un’illusione. Tutti i paesi saranno spinti nell’uno o nell’altro di questi due fronti e nel mondo, d’ora in poi, la “neutralità” non sarà che una parola illusoria. Questo è vero in particolare per la Cina che, combattendo contro una potenza imperialista penetrata in profondità nel suo territorio, non può concepire la vittoria finale senza l’aiuto dell’Unione Sovietica. Se si rinunciasse all’alleanza con la Russia per un’alleanza con l’imperialismo, si dovrebbe omettere l’attributo “rivoluzionari” e i Tre principi popolari diventerebbero così reazionari. In ultima analisi, non ci sono Tre principi popolari “neutrali”; esistono soltanto i Tre principi popolari o rivoluzionari o controrivoluzionari. 

Non sarebbe più eroico “impegnarsi in un combattimento su due fronti”(28), come dichiarò una volta Wang Ching-wei ed escogitare Tre principi popolari idonei a questo “combattimento”? Sfortunatamente anche Wang Ching-wei, inventore di questa tesi, ha abbandonato (o “messo da parte”) questi Tre principi popolari per i Tre principi popolari dell’alleanza con l’imperialismo. Se si sostiene che vi è una differenza fra l’imperialismo orientale e quello occidentale e che si può, a differenza di Wang Ching-wei che si è alleato con l’imperialismo orientale, allearsi con alcuni imperialisti occidentali per attaccare a oriente, non sarà questo un atteggiamento veramente rivoluzionario? Purtroppo gli imperialisti occidentali vogliono combattere l’Unione Sovietica e il comunismo e perciò, se vi alleate con essi, vi richiederanno di attaccare a nord e la vostra rivoluzione si concluderà con un nulla di fatto. Tutte queste circostanze determinano perciò che i Tre principi popolari rivoluzionari, i nuovi o genuini Tre principi popolari, devono comportare l’alleanza con la Russia e in nessun caso l’alleanza con l’imperialismo contro la Russia. 

In secondo luogo, i Tre principi popolari rivoluzionari, i nuovi o genuini Tre principi popolari, devono comportare l’alleanza con il Partito comunista cinese. Se non ci si allea con il Partito comunista cinese, si dovrà necessariamente combattere contro di esso. L’anticomunismo è la politica degli imperialisti giapponesi e di Wang Ching-wei; se anche voi volete combattere il Partito comunista, benissimo, essi vi inviteranno a entrare nella loro “Società anticomunista”. Ma non diventerete con ciò sospetti di collaborazionismo? “Io non seguo il Giappone, ma qualche altro paese.” Anche questo è ridicolo. Non ha importanza per chi si parteggia; nel momento in cui vi metterete a combattere il Partito comunista cinese diventerete dei collaborazionisti, perché non potrete più resistere al Giappone. “Io voglio combattere il Partito comunista cinese indipendentemente.” Anche questa è una chimera. Come possono gli “eroi” in una colonia o in una semicolonia lanciarsi in un’impresa controrivoluzionaria di tale importanza senza dipendere dalla forza dell’imperialismo? Per dieci lunghi anni quasi tutte le forze imperialiste mondiali sono state mobilitate per combattere il Partito comunista cinese, ma non si è ottenuto alcun successo. Oggi come si può d’un tratto combatterlo “indipendentemente”? Sembra poi che al di fuori della nostra regione di confine taluni dicano: “Combattere il Partito comunista cinese è un bene; risultati però non se ne avranno”. Questa frase, se è stata realmente pronunciata, è sbagliata per metà: quale “bene” risulterà infatti dal combattere il Partito comunista cinese? L’altra metà invece è giusta: certamente nel combattere il Partito comunista cinese “non si avranno risultati”. La ragione principale di questo stato di cose non risiede nei comunisti, ma nel popolo, che ama il Partito comunista cinese e non ama combatterlo. Il popolo non è mai indulgente e di quanti si metteranno a combattere il Partito comunista cinese ora che il nemico della nazione è penetrato in profondità nel nostro territorio, il popolo farà piazza pulita. Non c’è dubbio: chiunque combatta il Partito comunista cinese, si prepari a essere ridotto in briciole. Se non siete disposti a subire questa sorte, farete certamente meglio a non combatterlo. Questo è il sincero consiglio che diamo a tutti gli “eroi” anticomunisti. È perciò assolutamente chiaro che i Tre principi popolari di oggi devono comportare l’alleanza con il Partito comunista cinese, in caso contrario periranno. È una questione di vita o di morte per i Tre principi popolari. Se si alleano con il Partito comunista cinese, essi sopravviveranno; se si oppongono al Partito comunista cinese, essi periranno. C’è chi può provare il contrario? 

In terzo luogo, i Tre principi popolari rivoluzionari, i nuovi o genuini Tre principi popolari, devono contemplare una politica di appoggio ai contadini e agli operai. Respingere questa politica, non venire seriamente e sinceramente in aiuto dei contadini e degli operai e non attuare la direttiva di “risvegliare le masse popolari”, contenuta nel testamento del dott. Sun Yat-sen(29), significa preparare la sconfitta della rivoluzione e la propria sconfitta. Stalin ha affermato che “la questione nazionale è essenzialmente una questione contadina”(30). Ciò significa che la rivoluzione cinese Sulla nuova democrazia Mao Tse-tung - OPERE 210 è essenzialmente una rivoluzione contadina e l’attuale resistenza al Giappone è essenzialmente la resistenza contadina antigiapponese. La politica della nuova democrazia significa essenzialmente l’attribuzione del potere ai contadini. I nuovi o genuini Tre principi popolari sono essenzialmente i principi della rivoluzione contadina. Il problema della cultura di massa è essenzialmente il problema dell’elevamento del livello culturale dei contadini. La Guerra di resistenza contro il Giappone è essenzialmente una guerra contadina. Oggi seguiamo il “principio di andare sulle montagne”(31): indiciamo riunioni, lavoriamo, teniamo corsi, pubblichiamo giornali, scriviamo libri e organizziamo rappresentazioni teatrali, sempre sui monti ed essenzialmente in funzione dei contadini. Tutto ciò che serve alla resistenza al Giappone e alla nostra stessa esistenza è essenzialmente fornito dai contadini. “Essenzialmente” significa fondamentalmente, ma questo non deve far ignorare altri fattori, come ha spiegato lo stesso Stalin. L’80 per cento della popolazione cinese è costituito da contadini; lo sa anche uno scolaretto. Il problema contadino è diventato perciò il problema fondamentale della rivoluzione cinese e la forza dei contadini è la forza principale della rivoluzione cinese. Nella popolazione cinese, gli operai, quanto al loro numero, vengono secondi dopo i contadini. Vi sono in Cina alcuni milioni di operai dell’industria e alcune decine di milioni di operai artigiani e operai agricoli. La Cina non può vivere senza gli operai delle varie industrie, perché essi sono i produttori nel settore industriale dell’economia. La rivoluzione non può aver successo senza la classe operaia dell’industria moderna, perché questa classe è alla testa della rivoluzione cinese ed è la più dotata di carattere rivoluzionario. In queste condizioni, i Tre principi popolari rivoluzionari, i nuovi o genuini Tre principi popolari, devono contemplare una politica di appoggio ai contadini e agli operai. Qualunque altro tipo di Tre principi popolari che non contempli questa politica, non preveda un aiuto serio e sincero ai contadini e agli operai e non attui la direttiva di “risvegliare le masse popolari”, perirà certamente. 

È quindi chiaro che non c’è futuro per un tipo di Tre principi popolari che prescinda dalle tre politiche fondamentali: alleanza con la Russia, alleanza con il Partito comunista cinese e appoggio ai contadini e agli operai. Tutti i fautori coscienti dei Tre principi popolari devono seriamente meditare su questo punto. 

Questi Tre principi popolari con le tre politiche fondamentali, questi Tre principi popolari rivoluzionari, i nuovi o genuini Tre principi popolari, rappresentano i Tre principi popolari della nuova democrazia, lo sviluppo dei vecchi Tre principi popolari, il grande contributo del dott. Sun Yat-sen, il prodotto dell’era in cui la rivoluzione cinese è entrata a far parte della rivoluzione mondiale socialista. È solo a questi Tre principi popolari che il Partito comunista cinese allude affermando che essi “sono necessari alla Cina” e dichiarandosi “pronto a lottare per la loro completa realizzazione”. Solo questi Tre principi popolari coincidono fondamentalmente con il programma politico del Partito comunista cinese nella fase della rivoluzione democratica, cioè con il suo programma minimo. 

Quanto ai vecchi Tre principi popolari, essi furono il prodotto del vecchio periodo della rivoluzione cinese. La Russia era allora una potenza imperialista 211 e naturalmente non poteva esserci una politica di alleanza con essa; non esisteva allora un partito comunista nel nostro paese e naturalmente non poteva esserci una politica di alleanza con il Partito comunista cinese; a quel tempo il movimento operaio e contadino non aveva ancora manifestato appieno la sua importanza politica, non aveva richiamato su di sé l’attenzione della gente e naturalmente non poteva esserci una politica di alleanza con gli operai e i contadini. I Tre principi popolari precedenti alla riorganizzazione del Kuomintang nel 1924 rientrano perciò nella vecchia categoria, sono i Tre principi popolari superati. Se essi non si fossero sviluppati nei nuovi Tre principi popolari, il Kuomintang non avrebbe potuto fare un passo in avanti. Nella sua saggezza, Sun Yat-sen ebbe coscienza di ciò e, con l’aiuto dell’Unione Sovietica e del Partito comunista cinese, reinterpretò i Tre principi popolari dotandoli di nuove caratteristiche storiche; questo permise di costituire il fronte unito fra i Tre principi popolari e il comunismo, di stabilire per la prima volta la cooperazione fra il Kuomintang e il Partito comunista cinese, di conquistare in tutto il paese la simpatia del popolo e di attuare la Rivoluzione del 1924-1927. 

I vecchi Tre principi popolari erano rivoluzionari nel vecchio periodo, del quale riflettevano le caratteristiche storiche. Ma se, nel nuovo periodo, dopo l’introduzione dei nuovi Tre principi popolari, si ricorre ancora a questo vecchiume e ci si oppone all’alleanza con la Russia dopo l’instaurazione dello Stato socialista, all’alleanza con il Partito comunista cinese dopo la fondazione del Partito comunista cinese, alla politica di appoggio ai contadini e agli operai dopo che queste classi hanno acquistato coscienza e dimostrato la loro forza politica, si fa dei Tre principi popolari qualcosa di reazionario che non corrisponde allo spirito del tempo. La reazione dopo il 1927 fu infatti il risultato dell’ignoranza dello spirito del tempo. Dice un proverbio: “L’uomo saggio va al passo coi tempi”; spero che gli odierni fautori dei Tre principi popolari se ne ricordino. 

Non esiste fondamentale coincidenza tra i Tre principi popolari della vecchia categoria e il programma minimo del Partito comunista cinese, perché i vecchi Tre principi popolari si adattano solo al vecchio periodo e hanno fatto il loro tempo. Se c’e un tipo di Tre principi popolari che si oppone alla Russia, al Partito comunista cinese o ai contadini e agli operai, esso sarà certamente reazionario, non avrà assolutamente nulla in comune con il programma minimo comunista e sarà nemico del comunismo; non vi è dunque alcuna base per la discussione. I fautori dei Tre principi popolari devono meditare seriamente anche su questo punto. 

In ogni caso, fino a quando i compiti della lotta contro l’imperialismo e il feudalesimo non saranno portati a termine nelle loro linee essenziali, nessun individuo cosciente abbandonerà i nuovi Tre principi popolari. I soli che li hanno abbandonati sono Wang Ching-wei e i suoi pari. Per quanto energicamente costoro attuino i loro falsi Tre principi popolari (opposizione alla Russia, opposizione al Partito comunista cinese, opposizione ai contadini e agli operai), vi saranno sicuramente degli uomini onesti e amanti della giustizia, che continueranno a sostenere i veri Tre principi popolari di Sun Yat-sen. Se dopo la reazione del 1927 ci furono numerosi fautori dei veri Tre principi popolari che continuarono a lottare Sulla nuova democrazia Mao Tse-tung - OPERE 212 per la rivoluzione cinese, oggi che il nemico nazionale è penetrato in profondità nel nostro territorio, il loro numero aumenterà sicuramente di decine di migliaia. Noi comunisti persisteremo nella cooperazione a lungo termine con tutti i sinceri fautori dei Tre principi popolari; respingeremo i collaborazionisti e gli anticomunisti giurati e non abbandoneremo mai nessun amico. 

LA CULTURA DELLA NUOVA DEMOCRAZIA 

In precedenza abbiamo illustrato le caratteristiche storiche della politica cinese nel nuovo periodo e la questione della repubblica di nuova democrazia. Possiamo ora passare al problema della cultura. 

Una data cultura è il riflesso, sul piano ideologico, della politica e dell’economia di una data società. In Cina esiste una cultura imperialista che è il riflesso del dominio totale o parziale dell’imperialismo sulla Cina in campo politico ed economico. Di questo tipo di cultura sono fautori non solo le istituzioni culturali direttamente organizzate dagli imperialisti in Cina, ma anche un certo numero di cinesi che hanno perduto il senso del pudore. Ogni cultura che contenga un’ideologia servile appartiene a questa categoria. 

In Cina esiste poi una cultura semifeudale, che è il riflesso della politica e dell’economia semifeudale; questa ha come suoi rappresentanti tutti coloro che sostengono il culto di Confucio, lo studio dei canoni confuciani, la vecchia morale e la vecchia ideologia e si oppongono alla nuova cultura e alla nuova ideologia. 

La cultura imperialista e la cultura semifeudale sono due sorelle inseparabili e hanno formato in campo culturale una alleanza reazionaria per combattere la nuova cultura cinese. Queste culture reazionarie servono l’imperialismo e la classe feudale e devono essere spazzate via. Se non saranno spazzate via, non si potrà creare una nuova cultura. Senza distruzione, non c’è costruzione; senza sbarramento, non c’è corrente; senza riposo, non c’è movimento. La lotta fra la nuova cultura e le culture reazionarie è una lotta all’ultimo sangue. 

Quanto alla nuova cultura, essa è il riflesso, sul piano ideologico, della nuova politica e della nuova economia ed è al loro servizio. 

Come abbiamo già detto parlando delle caratteristiche storiche della Cina, da quando è sorta in Cina un’economia capitalista, la società cinese ha gradualmente cambiato natura: non è più una società completamente feudale, ma semifeudale, sebbene l’economia feudale sia ancora predominante. In confronto all’economia feudale, l’economia capitalista è una nuova economia. Le nuove forze politiche che sono nate e si sono sviluppate contemporaneamente alla nuova economia capitalista sono le forze politiche della borghesia, della piccola borghesia e del proletariato. Ciò che riflette ideologicamente queste nuove forze economiche e politiche ed è al loro servizio, è la nuova cultura. Senza l’economia capitalista, senza la borghesia, la piccola borghesia e il proletariato e senza le forze politiche di queste classi, la nuova ideologia e la nuova cultura non avrebbero potuto sorgere. 213 Le nuove forze politiche, economiche e culturali sono tutte forze rivoluzionarie della Cina e si oppongono alla vecchia politica, alla vecchia economia e alla vecchia cultura. Queste ultime si compongono di due parti: da una parte, la politica, l’economia e la cultura semifeudale cinese e dall’altra, la politica, l’economia e la cultura imperialista, che sono la forza dirigente di questa alleanza. Tutto ciò è nocivo e deve essere completamente distrutto. La lotta tra il nuovo e il vecchio nella società cinese è la lotta tra le nuove forze delle masse popolari (le diverse classi rivoluzionarie) e le vecchie forze dell’imperialismo e della classe feudale. Questa lotta tra il nuovo e il vecchio è la lotta tra la rivoluzione e la controrivoluzione. Essa dura da cento anni se si fa risalire il suo inizio alla Guerra dell’oppio e da quasi trent’anni se si considera come suo inizio la Rivoluzione del 1911. 

Ma, come abbiamo già detto, anche le rivoluzioni possono essere distinte in nuove e vecchie e ciò che è nuovo in un certo periodo storico diventa vecchio in un altro. I cento anni di rivoluzione democratica borghese in Cina possono esser divisi in due grandi fasi: una prima fase di ottant’anni e una seconda di venti. Ognuna delle due ha una caratteristica storica fondamentale: la rivoluzione democratica borghese in Cina appartiene, nei primi ottant’anni, alla vecchia categoria, mentre negli ultimi vent’anni, per i mutamenti sopravvenuti nella situazione politica internazionale e interna, appartiene alla nuova categoria. La vecchia democrazia è la caratteristica dei primi ottant’anni; la nuova democrazia è la caratteristica degli ultimi vent’anni. Questa distinzione è valida sia sul piano politico sia sul piano culturale. 

Come si manifesta questa distinzione sul piano culturale? Affrontiamo ora questo problema. LE 

CARATTERISTICHE STORICHE DELLA RIVOLUZIONE CULTURALE IN CINA 

Sul fronte culturale o ideologico della Cina, il periodo che precede il Movimento del 4 maggio 1919 e il periodo che lo segue costituiscono due periodi storici distinti. 

Prima del Movimento del 4 maggio, in Cina la lotta sul fronte culturale fu la lotta tra la nuova cultura della borghesia e la vecchia cultura della classe feudale. Prima del Movimento del 4 maggio la lotta tra il sistema della scuola moderna e il sistema degli esami imperiali(32), tra il sapere nuovo e il sapere vecchio, tra il sapere occidentale e il sapere cinese, ebbe appunto questo carattere. Il cosiddetto sistema della scuola moderna, o il sapere nuovo o il sapere occidentale di quel tempo, consisteva fondamentalmente (diciamo fondamentalmente, perché vi sopravvivevano molti residui perniciosi di feudalesimo cinese) nelle scienze naturali e nelle dottrine sociali e politiche borghesi, di cui avevano bisogno i rappresentanti della borghesia. A quel tempo l’ideologia del sapere nuovo aveva la funzione rivoluzionaria di combattere l’ideologia feudale cinese e serviva la rivoluzione democratica borghese del vecchio periodo. Tuttavia, poiché la borghesia cinese era debole e il mondo era già entrato nell’epoca dell’imperialismo, questa ideologia borghese potè resistere solo ai primi  colpi e dovette presto cedere all’alleanza reazionaria fra l’ideologia schiavista dell’imperialismo straniero e l’ideologia feudale cinese fautrice di un ritorno all’antico. Non appena questa alleanza ideologica reazionaria sferrò una piccola controffensiva, il sapere nuovo ammainò le bandiere, ripose i tamburi e battè in ritirata; perdette tutta la sua anima e conservò solo la carcassa. Nell’epoca dell’imperialismo, la vecchia cultura democratica borghese degenerò e perdette ogni vigore: il suo fallimento fu inevitabile. 

Ma a partire dal Movimento del 4 maggio le cose andarono in modo diverso. Una forza culturale completamente nuova è apparsa in Cina: la cultura e l’ideologia del comunismo sotto la guida dei comunisti cinesi, ossia la concezione comunista del mondo e la teoria della rivoluzione sociale. Il Movimento del 4 maggio si produsse nel 1919; nel 1921 fu fondato il Partito comunista cinese ed ebbe realmente inizio il movimento operaio. Questi avvenimenti si verificarono dopo la Prima guerra mondiale e la Rivoluzione d’Ottobre, ossia quando sul piano mondiale la questione nazionale e il movimento rivoluzionario nelle colonie avevano cambiato di fisionomia. Qui divenne evidente la connessione tra la rivoluzione cinese e la rivoluzione mondiale. Poiché una nuova forza politica, il proletariato e il Partito comunista cinese, entrò nell’arena politica della Cina, la nuova forza culturale, con nuove uniformi e nuove armi, unendo tutti i possibili alleati, si schierò a battaglia e lanciò un eroico attacco contro la cultura imperialista e la cultura feudale. Questa nuova forza si è grandemente sviluppata nel campo delle scienze sociali e in quello della letteratura e dell’arte, ossia, nella filosofia, nella scienza economica, nella scienza politica, nella scienza militare, nella storia, nella letteratura e nell’arte (teatro, cinema, musica, scultura e pittura). Negli ultimi vent’anni, in qualunque direzione essa abbia rivolto le sue armi, si è verificata una grande rivoluzione sia nel contenuto ideologico sia nella forma (la forma della nostra lingua scritta, per esempio)(33). Tanto grande è stata la sua influenza e la sua potenza da divenire invincibile. La vastità della mobilitazione che essa ha realizzato non ha precedenti nella storia cinese. Il più grande e intrepido alfiere di questa nuova forza culturale fu Lu Hsun(34). Egli fu il comandante in capo della rivoluzione culturale cinese; fu non solo un grande letterato, ma anche un grande pensatore e un grande rivoluzionario. Lu Hsun fu un uomo tutto d’un pezzo, senz’ombra di servilismo o di piaggeria e questa è una qualità inestimabile per i popoli coloniali e semicoloniali. Lu Hsun, sul fronte culturale, rappresentava la grande maggioranza dell’intera nazione e fu il più corretto, valoroso, fermo, leale e ardente eroe nazionale che superò e infranse le difese del fronte nemico. La strada da lui intrapresa fu precisamente la strada della nuova cultura della nazione cinese. 

Prima del Movimento del 4 maggio, la nuova cultura cinese era una cultura con carattere di vecchia democrazia ed era parte della rivoluzione culturale capitalista della borghesia mondiale. Dopo il Movimento del 4 maggio, essa è diventata una cultura con carattere di nuova democrazia ed è parte della rivoluzione culturale socialista del proletariato mondiale. 

Prima del Movimento del 4 maggio, il movimento della nuova cultura cinese, la rivoluzione culturale cinese, era diretto dalla borghesia, che esercitava ancora una funzione dirigente. Dopo il Movimento del 4 maggio, la cultura e l’ideologia della borghesia sono divenute ancora più retrograde della sua politica, tanto da non essere assolutamente più in grado di esercitare una funzione dirigente. Nel periodo della rivoluzione, esse possono tutt’al più, ed entro certi limiti, fare la parte dell’alleato e l’alleanza deve essere necessariamente guidata dalla cultura e dall’ideologia del proletariato. È questo un fatto palese che nessuno può negare. 

La cultura di nuova democrazia è la cultura antimperialista e antifeudale delle masse popolari; è oggi la cultura del fronte unito antigiapponese. Essa può essere diretta solo dalla cultura e dall’ideologia del proletariato, cioè dall’ideologia del comunismo e non dalla cultura e dall’ideologia di qualunque altra classe. La cultura di nuova democrazia è, in una parola, la cultura antimperialista e antifeudale delle masse popolari, dirette dal proletariato. 

I QUATTRO PERIODI 

Una rivoluzione culturale è il riflesso sul piano ideologico della rivoluzione politica e della rivoluzione economica ed è al loro servizio. In Cina c’è un fronte unito nella rivoluzione culturale come in quella politica. 

La storia del fronte unito nella rivoluzione culturale durante gli ultimi vent’anni si divide in quattro periodi: il primo copre i due anni dal 1919 al 1921; il secondo i sei anni dal 1921 al 1927; il terzo i dieci anni dal 1927 al 1937; il quarto i tre anni dal 1937 ad oggi. 

Il primo periodo si estende dal Movimento del 4 maggio 1919 alla fondazione del Partito comunista cinese nel 1921. La pietra miliare di questo periodo è essenzialmente il Movimento del 4 maggio. Il Movimento del 4 maggio fu un movimento antimperialista e nello stesso tempo antifeudale. Il suo eccezionale significato storico risiede in un elemento che mancava alla Rivoluzione del 1911, cioè l’opposizione conseguente e senza compromessi all’imperialismo e al feudalesimo. 

Il Movimento del 4 maggio ebbe questo carattere perché a quel tempo l’economia capitalista in Cina aveva compiuto un ulteriore passo in avanti, perché gli intellettuali rivoluzionari cinesi, avendo assistito al crollo di tre grandi potenze imperialiste (Russia, Germania e Austria) e all’indebolimento di due altre (Inghilterra e Francia) e avendo visto che il proletariato russo aveva creato uno Stato socialista e che il proletariato in Germania, in Austria (Ungheria) e in Italia era in piena rivoluzione, nutrivano nuove speranze per la liberazione della nazione cinese. Il Movimento del 4 maggio nacque come risposta all’appello della rivoluzione mondiale, all’appello della rivoluzione russa, all’appello di Lenin. Esso fu parte della rivoluzione mondiale proletaria di quel tempo. Sebbene durante il Movimento del 4 maggio non esistesse ancora il Partito comunista cinese, già vi erano in gran numero intellettuali che approvavano la rivoluzione russa e avevano i primi rudimenti dell’ideologia comunista. Il Movimento del 4 maggio, all’inizio, fu un movimento rivoluzionario del fronte unito di tre settori: gli intellettuali comunisti, gli intellettuali rivoluzionari piccolo borghesi e gli intellettuali borghesi (questi ultimi formavano allora l’ala destra del movimento). La sua debolezza risiedeva nel fatto che rimase limitato agli intellettuali; gli operai e i contadini non vi presero parte. Ma appena il Movimento del 4 maggio si sviluppò nel Movimento del 3 giugno(35), non solo gli intellettuali, ma anche le larghe masse del proletariato, della piccola borghesia e della borghesia vi parteciparono ed esso divenne un movimento rivoluzionario di ampiezza nazionale. La rivoluzione culturale intrapresa dal Movimento del 4 maggio fu un movimento di opposizione intransigente alla cultura feudale; dai primordi della storia cinese, non c’era mai stata una rivoluzione culturale così grandiosa e radicale. Il suo grande merito consistè nell’aver innalzato, in quel momento, due grandi bandiere: la bandiera della lotta contro la vecchia morale per una nuova morale e quella della lotta contro la vecchia letteratura per una nuova letteratura. A quel tempo non era ancora possibile che questo movimento culturale si diffondesse tra le masse operaie e contadine. Esso lanciò la parola d’ordine “letteratura per il popolo”, ma per “popolo” si intendevano, in effetti, solo gli intellettuali della borghesia e della piccola borghesia delle città, cioè i ceti intellettuali cittadini. In campo ideologico e per ciò che riguarda i quadri, il Movimento del 4 maggio preparò il terreno per la fondazione, nel 1921, del Partito comunista cinese e per il Movimento del 30 maggio(36) e la Spedizione al nord. Gli intellettuali borghesi di quel tempo costituivano l’ala destra del Movimento del 4 maggio; gran parte di essi giunse, nel secondo periodo, a un compromesso con il nemico e si schierò al fianco della reazione. 

Nel secondo periodo, che ha come pietre miliari la fondazione del Partito comunista cinese, il Movimento del 30 maggio e la Spedizione al nord, il fronte unito delle tre classi, nato nel Movimento del 4 maggio, fu mantenuto e sviluppato; si riuscì a portare nel fronte unito i contadini e anche sul piano politico fu creato un fronte unito di queste classi: fu la prima cooperazione tra il Kuomintang e il Partito comunista cinese. La grandezza del dott. Sun Yat-sen consiste non solo nell’aver diretto la grande Rivoluzione del 1911 (sebbene essa fosse una rivoluzione democratica appartenente al vecchio periodo), ma anche nell’aver formulato, sapendo “seguire le correnti mondiali e rispondere alle esigenze delle masse”, le tre politiche rivoluzionarie fondamentali (alleanza con la Russia, alleanza con il Partito comunista cinese e appoggio ai contadini e agli operai) e nell’aver dato una nuova interpretazione ai Tre principi popolari, stabilendo così i nuovi Tre principi popolari con le tre politiche fondamentali. Prima di allora, i Tre principi popolari non avevano esercitato molta influenza sugli ambienti scolastici, accademici e giovanili, poiché non avevano proposto né la parola d’ordine della lotta contro l’imperialismo né quella della lotta contro il sistema sociale feudale e contro la cultura e l’ideologia feudali. Prima di allora, essi erano i vecchi Tre principi popolari, considerati dalla gente come un vessillo temporaneo di cui un gruppo di persone si serviva per prendere il potere, ossia 217 per assicurarsi una posizione ufficiale, come una semplice bandiera di manovra politica. Dopo di allora, vennero alla luce i nuovi Tre principi popolari con le tre politiche fondamentali. Grazie alla cooperazione tra il Kuomintang e il Partito comunista cinese e agli sforzi dei membri rivoluzionari dei due partiti, i nuovi Tre principi popolari si diffusero in tutta la Cina, interessando una parte degli ambienti scolastici e accademici e larghe masse di giovani studenti. Ciò fu interamente dovuto al fatto che i Tre principi popolari originari si erano sviluppati nei Tre principi popolari di nuova democrazia, antimperialisti e antifeudali, con le tre politiche fondamentali; senza questo sviluppo, sarebbe stata impossibile la diffusione delle idee dei Tre principi popolari. 

In questo periodo i Tre principi popolari rivoluzionari divennero la base politica del fronte unito tra il Kuomintang e il Partito comunista cinese, del fronte unito fra le diverse classi rivoluzionarie; poiché “il comunismo è un grande amico dei Tre principi popolari”, le due dottrine formarono un fronte unito. In termini di classi, questo fu un fronte unito del proletariato, dei contadini, della piccola borghesia urbana e della borghesia. A quel tempo, servendosi come strumenti del Settimanale guida(37), edito dal Partito comunista cinese, del Quotidiano repubblicano, edito dal Kuomintang a Shanghai e di altri giornali di diverse località, i due partiti condussero insieme la propaganda per l’ideologia antimperialista, si opposero insieme all’educazione feudale fondata sul culto di Confucio e sullo studio dei canoni confuciani, alla vecchia letteratura e alla lingua scritta classica proprie dell’antico sistema feudale e promossero una nuova letteratura e una lingua scritta moderna con un contenuto antimperialista e antifeudale. Durante le guerre del Kwangtung(38) e la Spedizione al nord questa ideologia antimperialista e antifeudale venne introdotta nelle forze armate cinesi e le trasformò. Fra milioni e milioni di contadini furono lanciate le parole d’ordine “Abbasso i funzionari corrotti”, “Abbasso i signorotti locali e la piccola nobiltà di campagna” e si svilupparono grandi lotte rivoluzionarie contadine. Grazie a tutto ciò e grazie anche all’aiuto dell’Unione Sovietica, conquistammo la vittoria nella Spedizione al nord. Ma la grande borghesia, non appena ebbe raggiunto il potere politico, pose immediatamente fine a questa rivoluzione e la situazione politica entrò in una nuova fase. 

Il terzo periodo fu il nuovo periodo rivoluzionario compreso tra il 1927 e il 1937. Verso la fine del secondo periodo si erano prodotti dei mutamenti nello schieramento rivoluzionario: la grande borghesia cinese era passata nello schieramento controrivoluzionario degli imperialisti e delle forze feudali, subito seguita dalla borghesia nazionale; delle originarie quattro classi costituenti lo schieramento rivoluzionario, ne erano rimaste solo tre, il proletariato, i contadini e altri strati della piccola borghesia (ivi inclusi gli intellettuali rivoluzionari). Di conseguenza, la rivoluzione cinese entrò inevitabilmente in un nuovo periodo, nel quale il Partito comunista cinese fu l’unico a dirigere le masse nella lotta rivoluzionaria. Questo periodo fu caratterizzato da una parte dalle campagne controrivoluzionarie di “accerchiamento e annientamento” e, dall’altra, da un approfondimento della rivoluzione. Si ebbero due tipi di campagne controrivoluzionarie di “accerchiamento e annientamento”: una campagna militare e una campagna culturale. Si ebbero anche due tipi di approfondimenti della rivoluzione: l’approfondimento della rivoluzione rurale e l’approfondimento della rivoluzione culturale. Su istigazione degli imperialisti, le forze controrivoluzionarie di tutta la Cina e del mondo intero furono mobilitate per tutti e due i tipi di campagne di “accerchiamento e annientamento”, che durarono non meno di dieci anni e furono, quanto a crudeltà, senza precedenti nella storia: centinaia di migliaia di comunisti e di giovani studenti furono massacrati e milioni di operai e di contadini subirono feroci persecuzioni. I responsabili di queste campagne credevano che il comunismo e il Partito comunista cinese sarebbero stati “liquidati una volta per sempre”. Ma i risultati furono opposti: tutti e due i tipi di campagne di “accerchiamento e annientamento” fallirono miseramente. Risultato finale della campagna militare fu la marcia verso il nord dell’Esercito rosso per andare a resistere al Giappone(39); risultato finale della campagna culturale fu lo scoppio del Movimento del 9 dicembre 1935(40), movimento rivoluzionario della gioventù. Risultato comune delle due campagne fu il ridestarsi della coscienza del popolo in tutto il paese. Furono tre risultati positivi. Ma il più strano fu questo: che, quantunque il Partito comunista cinese si trovasse assolutamente senza difesa in tutte le istituzioni culturali delle zone sotto il dominio del Kuomintang, la campagna culturale fallì completamente anche in quelle zone. Come mai ciò fu possibile? Non merita ciò una lunga e profonda meditazione? Fu proprio in mezzo a questa campagna di “accerchiamento e annientamento” che Lu Hsun, che credeva nel comunismo, diventò il gigante della rivoluzione culturale cinese. 

Il risultato negativo delle campagne controrivoluzionarie di “accerchiamento e annientamento” fu l’invasione del nostro territorio da parte dell’imperialismo giapponese. Questa è la ragione principale per cui ancora oggi il popolo di tutto il paese guarda con odio profondo a quei dieci anni di anticomunismo. 

Nelle lotte di questo periodo, lo schieramento rivoluzionario sostenne con fermezza la nuova democrazia antimperialista e antifeudale delle masse popolari e i nuovi Tre principi popolari, mentre lo schieramento controrivoluzionario impose un dispotismo fondato sull’alleanza della classe dei proprietari terrieri e della grande borghesia sotto la direzione dell’imperialismo. Sia sul piano politico sia su quello culturale, questo dispotismo stracciò le tre politiche fondamentali e i nuovi Tre principi popolari di Sun Yat-sen, causando enormi danni alla nazione cinese. 

Il quarto periodo è quello dell’attuale Guerra di resistenza contro il Giappone. Nel corso sinuoso della rivoluzione cinese è di nuovo apparso il fronte unito delle quattro classi, il quale ha però un’ampiezza molto maggiore di prima perché lo strato superiore comprende molti rappresentanti delle classi dominanti, lo strato intermedio comprende la borghesia nazionale e la piccola borghesia e lo strato inferiore comprende tutti i proletari. Tutti gli strati della nazione sono entrati a far parte di questa alleanza e hanno opposto la più risoluta resistenza contro l’imperialismo giapponese. 

La prima fase di questo periodo si è conclusa con la caduta di Wuhan. Durante quella fase, in tutti i campi del paese regnava un’atmosfera di entusiasmo; politicamente si ebbe una tendenza verso la democratizzazione e culturalmente si ebbe una mobilitazione abbastanza vasta. 

Dopo la caduta di Wuhan è iniziata la seconda fase, durante la quale la situazione politica ha subito molti cambiamenti: una parte della grande borghesia ha capitolato di fronte al nemico e un’altra parte desidera liquidare al più presto la guerra di resistenza. Nel campo culturale, questa situazione si è manifestata nelle attività reazionarie di Yeh Ching, Chang Chun-mai e altri(41) e nella soppressione della libertà di parola e di stampa. 

Per superare questa crisi è necessario condurre una lotta risoluta contro tutte le idee contrarie alla resistenza, all’unità e al progresso; se non si riuscirà a eliminare queste idee reazionarie, è inutile sperare di vincere la guerra di resistenza. Quale sarà il futuro di questa lotta? Questo è il grande problema che preoccupa il popolo in tutto il paese. 

A giudicare dalle condizioni interne e internazionali, per numerosi che siano gli ostacoli sulla strada della guerra di resistenza, il popolo cinese vincerà certamente. I progressi compiuti nei vent’anni dopo il Movimento del 4 maggio superano non solo quelli dei precedenti ottant’anni, ma praticamente anche quelli compiuti nei diversi millenni della storia cinese. Non si possono già immaginare quali ulteriori progressi la Cina compirà nei prossimi vent’anni? L’uragano scatenato da tutte le più oscure forze interne ed esterne ha causato immense sciagure alla nazione; lo scatenarsi di questa violenza dimostra non solo quanto queste forze oscure siano ancora presenti, ma anche che esse si dibattono negli ultimi sussulti e che le masse popolari si stanno gradualmente avvicinando alla vittoria. Ciò è vero per la Cina, per tutto l’oriente e per il mondo intero. 

ALCUNE IDEE SBAGLIATE SUL CARATTERE DELLA CULTURA 

Ogni cosa nuova nasce attraverso dure e difficili lotte. Ciò è vero anche per la nuova cultura, che negli ultimi vent’anni ha seguito un tortuoso cammino contrassegnato da tre svolte, durante il quale tutto il buono e il cattivo è stato sperimentato e messo alla prova nel fuoco delle battaglie. 

I duri a morire della borghesia sbagliano completamente sulla questione della cultura come su quella del potere politico. Non comprendono le caratteristiche storiche di questo nuovo periodo in Cina e non riconoscono la cultura di nuova democrazia delle masse popolari. Loro punto di partenza è il dispotismo borghese, che nel campo culturale diventa dispotismo culturale della borghesia. Una parte (e mi riferisco qui solo a una parte) degli uomini di cultura della cosiddetta scuola euroamericana(42) che nel passato sostenne la politica di “annientamento dei comunisti” sul fronte culturale seguita dal governo del Kuomintang, sembra si sia ora allineata con la politica volta a “limitare il Partito comunista cinese” e a “dissolvere il Partito comunista cinese”. Questa gente non vuole che gli operai e i contadini sollevino la testa, né politicamente né culturalmente. Però il dispotismo culturale dei duri a morire della borghesia è un vicolo cieco; come nel caso del dispotismo politico, mancano le condizioni interne e internazionali perché possa trionfare. Quanto al dispotismo culturale, la cosa migliore sarà perciò “metterlo da parte”. 

Riguardo all’orientamento della cultura nazionale, l’ideologia comunista esercita una funzione di guida e noi dobbiamo compiere ogni sforzo per diffondere il socialismo e il comunismo tra la classe operaia e per educare al socialismo, in modo appropriato e sistematico, i contadini e gli altri strati delle masse popolari. Ma, nell’insieme, la cultura nazionale oggi non è ancora socialista. 

Grazie alla direzione del proletariato, la politica, l’economia, la cultura di nuova democrazia contengono tutte un elemento di socialismo, che non è un elemento qualsiasi, ma un elemento decisivo. Nell’insieme, però, le condizioni politiche, economiche e culturali non sono ancora socialiste, ma di nuova democrazia, perché la rivoluzione nella fase attuale, avendo come suo compito fondamentale la lotta contro l’imperialismo straniero e il feudalesimo interno, è una rivoluzione democratica borghese e non ancora una rivoluzione socialista che miri a rovesciare il capitalismo. Nel campo della cultura nazionale, è errato pensare che la cultura nazionale, nel suo insieme, sia oggi, o debba essere, una cultura nazionale socialista. Ciò significherebbe confondere la diffusione dell’ideologia comunista con la realizzazione di un programma immediato di azione, significherebbe confondere l’applicazione della posizione e dei metodi comunisti nell’esame dei problemi, nello studio, nell’organizzazione del lavoro e nella formazione dei quadri, con l’orientamento generale dell’istruzione nazionale e della cultura nazionale nella fase della rivoluzione democratica cinese. Una cultura nazionale con un contenuto socialista deve essere il riflesso di una politica e di un’economia socialiste. Nella nostra politica e nella nostra economia c’è un elemento di socialismo e, di riflesso, vi è anche un elemento di socialismo nella nostra cultura nazionale; ma, prendendo la nostra società nel suo insieme, non abbiamo ancora né una politica né un’economia socialiste, per cui anche la cultura nazionale non può essere interamente socialista. Poiché oggi la rivoluzione cinese è parte della rivoluzione socialista proletaria mondiale, la nuova cultura cinese è anche parte della nuova cultura socialista proletaria mondiale ed è sua grande alleata; ma sebbene contenga elementi importanti della cultura socialista, tuttavia, prendendola nel suo insieme, la nostra cultura nazionale fa parte della nuova cultura socialista proletaria mondiale non interamente per le sue qualità di cultura socialista, ma per le sue qualità di cultura di nuova democrazia, di cultura antimperialista e antifeudale delle masse popolari. Come l’attuale rivoluzione cinese non può prescindere dalla direzione del proletariato cinese, così l’attuale nuova cultura cinese non può prescindere dalla direzione della cultura e dell’ideologia del proletariato cinese, cioè dalla direzione dell’ideologia comunista. Ma, nella fase attuale, poiché questa direzione ha il compito di guidare le masse popolari nella rivoluzione politica e culturale antimperialista e antifeudale, il contenuto della nuova cultura nazionale è, nel suo insieme, ancora di nuova democrazia e non socialista. 

Non c’è dubbio che dobbiamo oggi diffondere ancor più l’ideologia comunista e intensificare lo studio del marxismo-leninismo; senza questa diffusione e senza questo studio saremmo incapaci sia di portare la rivoluzione cinese fino alla futura fase socialista sia di condurre l’attuale rivoluzione democratica alla vittoria. Noi dobbiamo però non solo distinguere da una parte la diffusione dell’ideologia comunista e del sistema sociale comunista e dall’altra l’attuazione di un programma di azione di nuova democrazia, ma anche distinguere da una parte la teoria e i metodi comunisti da applicare all’esame dei problemi, allo studio, all’organizzazione del lavoro e alla formazione dei quadri e dall’altra l’orientamento di nuova democrazia della cultura nazionale nel suo insieme. Sarebbe certamente sbagliato confondere le due cose. 

Vediamo così che, nella fase attuale, il contenuto della nuova cultura nazionale cinese non è né il dispotismo culturale della borghesia né il puro socialismo proletario, ma la nuova democrazia antimperialista e antifeudale delle masse popolari, sotto la direzione della cultura e dell’ideologia socialista del proletariato. 

UNA CULTURA NAZIONALE, SCIENTIFICA E DI MASSA 

La cultura di nuova democrazia è nazionale. Essa si oppone all’oppressione imperialista e si batte per la dignità e l’indipendenza della nazione cinese. Essa appartiene alla nostra nazione e ha le nostre caratteristiche nazionali. Essa è unita alla cultura socialista e alla cultura di nuova democrazia di tutte le altre nazioni, stabilisce con esse relazioni che permettono un assorbimento e uno sviluppo reciproci e forma insieme con esse una nuova cultura mondiale; in nessun caso può invece unirsi con la cultura reazionaria imperialista di qualunque altra nazione, perché la nostra è una cultura nazionale rivoluzionaria. La Cina deve assorbire in larga misura la cultura progressista dei paesi stranieri per farne materia della sua propria cultura; in passato questo lavoro non è stato fatto in misura sufficiente. Dobbiamo assorbire tutto ciò che oggi può esserci utile, non solo dalla odierna cultura socialista e dall’odierna cultura di nuova democrazia, ma anche dalla cultura straniera del passato, come quella dei paesi capitalisti nell’era dell’Illuminismo. Dobbiamo però considerare questo materiale straniero come un alimento che va masticato nella bocca e digerito nello stomaco e nell’intestino, mescolandolo con la saliva, i succhi gastrici e le secrezioni intestinali, finché resta diviso in due parti, la sostanza nutritiva che viene assimilata e il materiale di rifiuto che viene evacuato: solo così un alimento arreca beneficio al nostro organismo; in nessun caso dobbiamo accogliere acriticamente questi alimenti e divorarli in un solo boccone. Sostenere l’“occidentalizzazione in blocco”(43) è un errore. La Cina ha grandemente sofferto in passato per l’assorbimento puramente formale di elementi stranieri. Allo stesso modo, nell’applicazione del marxismo alla Cina, i comunisti cinesi devono unire in modo pieno e appropriato l’universale verità del marxismo con la pratica concreta della rivoluzione cinese; ciò significa che il marxismo sarà utile solo se si integra con le caratteristiche nazionali e assume una definita forma nazionale; in nessun caso esso deve essere applicato in maniera soggettiva e schematica. I marxisti schematici non fanno altro che giocare con il marxismo e con la rivoluzione cinese e non c’è posto per loro nelle file della rivoluzione cinese. La cultura cinese deve avere una sua forma, cioè una forma nazionale. Nazionale nella forma, di nuova democrazia nel contenuto: questa è la nostra nuova cultura di oggi. 

La cultura di nuova democrazia è scientifica. Essa si oppone a tutte le idee feudali e superstiziose, vuole ricercare la verità nei fatti, vuole la verità oggettiva e l’unità tra teoria e pratica. Su questo punto il pensiero scientifico del proletariato cinese può costituire un fronte unito contro l’imperialismo, contro il feudalesimo e contro la superstizione insieme con i materialisti e gli scienziati della borghesia cinese ancora progressisti, mentre non può in nessun caso costituire un fronte unito con qualsivoglia idealismo reazionario. I comunisti possono formare un fronte unito antimperialista e antifeudale sul piano dell’azione politica con alcuni idealisti e perfino con seguaci di dottrine religiose, ma in nessun caso possono approvare il loro idealismo e le loro dottrine religiose. Una splendida cultura fu creata durante il lungo periodo della società feudale cinese. Studiare il processo di sviluppo di questa antica cultura, eliminarne le scorie feudali e assorbirne l’essenza democratica è una condizione necessaria perché si sviluppi la nostra nuova cultura nazionale e la nazione aumenti la sua fiducia in se stessa; ma in nessun caso dobbiamo assorbire qualunque cosa acriticamente. Dobbiamo separare tutte le cose decrepite della vecchia classe dominante feudale dall’eccellente cultura popolare antica, che aveva un carattere più o meno democratico e rivoluzionario. Come l’attuale nuova politica e l’attuale nuova economia in Cina si sono sviluppate dalla vecchia politica e dalla vecchia economia, così anche l’attuale nuova cultura cinese si è sviluppata dalla vecchia cultura e noi dobbiamo rispettare la nostra storia e non tagliarci fuori da essa. Ma rispettare la storia significa dare alla storia un posto definito tra le scienze, significa rispettare il suo sviluppo dialettico e non esaltare il passato per condannare il presente, né lodare i velenosi elementi feudali. Riguardo alle masse popolari e ai giovani studenti, è essenziale insegnare loro non a guardare al passato, ma all’avvenire. 

La cultura di nuova democrazia appartiene alle masse; per questo è democratica. Essa deve essere al servizio delle masse lavoratrici operaie e contadine, che costituiscono più del 90 per cento della popolazione nazionale e deve gradualmente diventare la loro cultura. Occorre che ci sia una differenza di grado e nello stesso tempo uno stretto legame tra le conoscenze da impartire ai quadri rivoluzionari e quelle da impartire alle masse rivoluzionarie, come anche tra l’elevamento del livello culturale e la popolarizzazione. La cultura rivoluzionaria è per le masse popolari una poderosa arma rivoluzionaria. Prima della rivoluzione, essa prepara ideologicamente il terreno e, durante la rivoluzione, è un settore necessario e importante del 223 generale fronte rivoluzionario. Gli intellettuali rivoluzionari sono i comandanti di vario grado su questo fronte culturale. “Senza teoria rivoluzionaria, non vi può essere movimento rivoluzionario”(44); da questa frase appare chiaramente quale importanza ha il movimento culturale rivoluzionario per il movimento pratico della rivoluzione. Sia l’uno sia l’altro appartengono alle masse. Tutti gli intellettuali progressisti devono perciò avere il loro esercito culturale nella Guerra di resistenza contro il Giappone, e questo esercito è costituito dalle masse popolari. Un intellettuale rivoluzionario staccato dalle masse popolari non è che “un generale senza esercito” e la potenza del suo fuoco non è certo in grado di abbattere il nemico. Per la realizzazione di questo obiettivo, bisogna riformare, in determinate condizioni, la nostra lingua scritta e rendere più vicina a quella delle masse popolari la nostra lingua parlata; tutti devono comprendere che le masse popolari sono la sorgente inesauribilmente ricca della nostra cultura rivoluzionaria. 

La cultura nazionale, scientifica e di massa è la cultura antimperialista e antifeudale delle masse popolari, è la cultura di nuova democrazia, la nuova cultura della nazione cinese. 

Dalla fusione di politica, economia e cultura di nuova democrazia risulterà una repubblica di nuova democrazia, la Repubblica cinese di nome e di fatto, la nuova Cina che noi vogliamo creare. 

La nuova Cina è in vista. Salutiamola con gioia! 

Il suo albero maestro è già spuntato all’orizzonte: applaudiamo e gridiamo il nostro benvenuto! 

Leviamo in alto le braccia: la nuova Cina è nostra!


NOTE 

1. * Vedasi V.I. Lenin, Ancora sui sindacati, sulla situazione attuale e sugli errori di Trotski e di Bukharin, in Opere, vol. 32. 

2. * K. Marx, Prefazione a “Per la critica dell’economia politica”. 

3. * K. Marx, Tesi su Feuerbach, in Ludwig Feuerbach e il punto d’approdo della filosofia classica tedesca di F. Engels. 

4. Vedasi nota 3, pag. 77. 

5. Vedasi nota 4, pag. 77. 

6. Vedasi nota 18, pag. 179. 

7. Vedasi nota 5, pag. 77. 

8. Vedasi nota 6, pag. 78. 

9. Vedasi nota 2, pag. 77. 

10. Vedasi nota 6, pag. 67. 

11. Vedasi nota 4, pag. 67. 

12. Vedasi nota 9, pag. 78. 

13. * J.V. Stalin, La Rivoluzione d’Ottobre e la questione nazionale. 

14. Vedasi nota 7, pag. 93. 

15. Vedasi nota 4, pag. 42. 

16. * V.I. Lenin, L’imperialismo, fase suprema del capitalismo, in Opere, vol. 22. 

17. * Allusione a una serie di campagne antisovietiche condotte dal governo del Kuomintang dopo il tradimento della rivoluzione da parte di Chiang Kai-shek. Il 13 dicembre 1927 il Kuomintang fece assassinare a Canton il viceconsole sovietico e il giorno seguente il governo del Kuomintang a Nanchino emise un “ordine per la rottura delle relazioni con la Russia”, ritirando il riconoscimento ufficiale ai consoli sovietici nelle province e ordinando la cessazione di tutte le attività per le imprese commerciali sovietiche. Nell’agosto del 1929, Chiang Kai-shek, istigato dagli imperialisti, compì nel nord-est atti di provocazione contro l’Unione Sovietica, che portarono a diversi scontri armati. 

18. * Kemal era il rappresentante della borghesia mercantile turca dopo la Prima guerra mondiale. In quel tempo, gli imperialisti britannici spinsero la Grecia, loro vassallo, a invadere la Turchia, ma il popolo turco, aiutato dall’Unione Sovietica, sconfisse nel 1922 225 le truppe greche. Nel 1923 Kemal fu eletto presidente della Turchia. Stalin ha affermato: “La rivoluzione kemalista è una rivoluzione dello strato superiore, una rivoluzione della borghesia commerciale nazionale sorta a lottare contro gli imperialisti stranieri. Essa è diretta in sostanza, nel suo ulteriore sviluppo, contro gli operai e contro i contadini e contro le possibilità stesse di una rivoluzione agraria” (Conversazione con gli studenti dell’Università Sun Yat-sen, 1927). 

19. Vedasi nota 3, pag. 42. 

20. Nel 1932 il governo giapponese eresse in Stato autonomo, con il nome di Manciukuo, le province settentrionali della Cina che aveva occupato a partire dall’Incidente del 18 settembre 1931 e pose alla sua testa il governo fantoccio dell’ex imperatore cinese Hsuang Tung (Pu Yi). 

21. Vedasi nota 29, pag. 72. 

22. Vedasi nota 5, pag. 98. 

23. * Il compagno Mao Tse-tung allude qui a Chang Chun-mai e al suo gruppo. Dopo il Movimento del 4 maggio 1919, Chang Chun-mai si oppose apertamente alla scienza predicando la dottrina metafisica della “cultura spirituale” e per questo fu soprannominato “spacciatore di metafisica”. Nel dicembre del 1938, su ordinazione di Chiang Kai-shek, egli pubblicò una “Lettera aperta al signor Mao Tse-tung”, nella quale si abbandonava a una propaganda frenetica per chiedere l’abolizione dell’8a armata, della nuova 4a armata e della regione di confine Shensi-Kansu-Ningsia, rendendo così un servizio agli invasori giapponesi e a Chiang Kai-shek. 

24. *Vedasi il Manifesto del Comitato centrale del Partito comunista cinese sulla realizzazione della cooperazione tra il Kuomintang e il Partito comunista cinese, pubblicato nel settembre del 1937. 

25. * Sun Yat-sen, Conferenze sul principio del benessere del popolo,1921, 2a conferenza. 

26. * Allusione al libro Vitalismo, un’esaltazione del fascismo del Kuomintang, un guazzabuglio scritto da diversi pennivendoli reazionari pagati da Chen Li-fu, uno dei capi del servizio segreto della cricca di Chiang Kai-shek e pubblicato sotto il suo nome tristemente celebre. 

27. * Parola d’ordine lanciata con imprudenza dal signore della guerra Yen Hsi-shan, rappresentante dei grandi proprietari terrieri e dei grandi compradores della provincia dello Shansi. 

28. * Impegnarsi in un combattimento su due fronti è il titolo di un articolo scritto da Wang Ching-wei dopo il suo tradimento della rivoluzione nel 1927. 

29. Sun Yat-sen morì a Pechino il 25 marzo 1925. Il seguente testamento fu dettato da Sun Yat-Sen a Wang Ching-wei, suo collaboratore e futuro primo ministro del governo filo-giapponese di Nanchino. Sulla nuova democrazia Mao Tse-tung - OPERE 226 “Ho dedicato quarant’anni alla causa della rivoluzione nazionale il cui fine è di assicurare la libertà e l’indipendenza della Cina. Dopo quarant’anni di esperienza sono profondamente convinto che per raggiungere questo fine dobbiamo risvegliare le masse del paese e unirci a quelle razze che, nel mondo, ci trattano come loro uguali, per lottare insieme. Attualmente la rivoluzione non è ancora completa. Tutti i miei compagni devono continuare a esercitare i loro sforzi secondo i Principi generali di ricostruzione, lo Schema di ricostruzione, i Tre principi popolari da me formulati e la Dichiarazione del primo Congresso nazionale del Kuomintang, sino a che l’obiettivo della rivoluzione non sia stato raggiunto. La convocazione del Congresso popolare e l’abolizione dei trattati ineguali che io ho recentemente sostenuto, devono essere compiute nel più breve tempo possibile. Questo è ciò che volevo richiamare alla vostra attenzione”. 

30. * Nel discorso Sulla questione nazionale in Jugoslavia pronunciato il 30 marzo 1925 davanti alla Commissione jugoslava del Comitato esecutivo dell’Internazionale comunista, Stalin disse: “[...] i contadini rappresentano l’esercito fondamentale del movimento nazionale. Senza l’esercito contadino non esiste e non può esistere un potente movimento nazionale [...] la questione nazionale è essenzialmente una questione contadina”. 

31. * Il “principio di andare sulle montagne” era un’espressione ironica con cui alcuni dogmatici nel Partito comunista cinese avevano deriso il compagno Mao Tse-tung per avere egli attribuito importanza alle basi d’appoggio rivoluzionarie nelle campagne. Qui il compagno Mao Tse-tung si serve di questa espressione proprio per indicare la grande funzione delle basi d’appoggio rivoluzionarie nelle campagne. 

32. * Con “sistema della scuola moderna” si indica un sistema di istruzione pubblica modellato su quello dei paesi capitalisti d’Europa e d’America. Il “sistema degli esami imperiali” era il vecchio sistema degli esami in uso nella Cina feudale. Verso la fine del XIX secolo, gli intellettuali cinesi che sostenevano la riforma richiesero l’abolizione del sistema degli esami imperiali e l’istituzione di scuole moderne. 

33. In quel periodo furono prese varie iniziative per semplificare la lingua scritta cinese, composta di migliaia di ideogrammi. Negli anni 1927-1937, per esempio, nelle zone sovietiche cinesi venne introdotto un alfabeto di 28 caratteri con cui si potevano rappresentare tutti i suoni della lingua cinese. 

34. Lu Hsun, pseudonimo di Chou Shu-jen (1881-1936), è il più noto scrittore cinese moderno. Ebbe un’infanzia infelice e una formazione assai varia: passò da un’accademia navale, a una scuola delle ferrovie e delle miniere, a una scuola di medicina fino ad approdare agli studi letterari e all’insegnamento universitario. Fece lunghi e profondi studi sulla letteratura cinese antica e sulla letteratura occidentale alla disperata ricerca di una via per la rinascita del suo popolo. Finalmente nel 1919 confluì nel movimento nato attorno alla rivista Gioventù nuova (sono di quegli anni le due celebri opere Diario di un pazzo e La vera storia di Ah Q). Dal 1929 iniziò il suo rapporto con il movimento comunista che, seppur burrascoso, continuò fino alla sua morte nell’autunno del 1936. La sua reputazione è legata, oltre che ai suoi lavori letterari, al suo ruolo di critico della società cinese di allora e di educatore. La sua influenza sui giovani e sugli intellettuali dell’epoca fu enorme e rilevante il suo contributo alla costruzione di una nuova coscienza politica e sociale. 227 La sua posizione nella rivoluzione cinese fu per molti aspetti simile a quella di Gorki nella rivoluzione russa. 

35. * Il Movimento patriottico del 4 maggio 1919 entrò in una nuova fase all’inizio di giugno. Il 3 giugno, gli studenti di Pechino tennero comizi e manifestarono contro le repressioni compiute dall’esercito e dalla polizia. In seguito, seguendo gli studenti, entrarono in sciopero gli operai e i commercianti a Shanghai, Nanchino, Tientsin, Hangchow, Wuhan, Kiukiang e in diverse località dello Shantung e dell’Anhwei. Il Movimento del 4 maggio si sviluppò così in un grande movimento di massa con la partecipazione del proletariato, della piccola borghesia urbana e della borghesia nazionale. 

36. Vedasi nota 7, pag. 68. 

37. Alcuni scritti dello stesso Mao Tse-tung, apparsi sul Settimanale guida, sono pubblicati nelle Opere di Mao Tse-tung, vol. 1, pag. 167 e segg. 

38. Vedasi nota 3, pag. 67. 

39. Si tratta della Lunga Marcia compiuta dall’Esercito rosso dalla zona sovietica centrale (al confine tra il Kiangsi e il Fukien) e lo Shensi tra l’estate del 1934 e l’estate del 1935. Sulle condizioni politiche e militari di quel periodo vedasi la Risoluzione della conferenza di Tsunyi, nelle Opere di Mao tse-tung, vol. 4. Quanto all’impresa compiuta dall’Esercito rosso, bastano i dati seguenti. L’esercito rosso percorse a piedi più di 10.000 chilometri, affrontò in media uno scontro armato al giorno e 15 giornate intere di battaglie su grande scala. Su un totale di 368 giorni, esso marciò per 235 giorni e 18 notti. Su un totale di 100 giorni di sosta, 56 furono effettuati nello Szechwan nordoccidentale e solo 44 giorni di sosta intervallarono gli ultimi 8.000 chilometri di percorso. Il percorso medio giornaliero fu di circa 41 chilometri. L’Esercito rosso valicò 18 catene montuose, 5 delle quali coperte da ghiacciai eterni e attraversò 24 fiumi; passò attraverso 12 province, occupò 62 città e ruppe l’accerchiamento di 10 eserciti di signori della guerra di varie province. Esplorò zone abitate da minoranze nazionali ostili agli han e percorse terre dove da tempo nessun esercito cinese si avventurava. 

40. * Nel 1935 il movimento patriottico popolare ebbe un nuovo slancio in tutto il paese. Gli studenti di Pechino, sotto la direzione del Partito comunista cinese, furono i primi a organizzare, il 9 dicembre, una manifestazione patriottica, lanciando le parole d’ordine “Basta con la guerra civile! Uniamoci contro l’aggressione straniera!” e “Abbasso l’imperialismo giapponese!”. Questo movimento aprì una breccia nel regime di terrore instaurato da lungo tempo dal governo del Kuomintang in collusione con gli invasori giapponesi e ad esso tutto il popolo fece ben presto eco. Esso è conosciuto come Movimento del 9 dicembre. Il risultato fu che nuovi cambiamenti si manifestarono nei rapporti tra le varie classi del paese. La politica per la formazione di un fronte unito nazionale antigiapponese, proposta dal Partito comunista cinese, fu apertamente appoggiata da tutti i patrioti cinesi. La politica di tradimento del governo di Chiang Kaishek divenne invece ancora più impopolare. 

41. Yeh Ching era un rinnegato comunista che divenne un propagandista per conto dei servizi segreti del Kuomintang. Quanto a Chang Chun-mai, si veda la nota 23. Sulla nuova democrazia Mao Tse-tung - OPERE 228 

42. Per gli uomini di cultura della cosiddetta scuola euro-americana, si intende il gruppo rappresentato da Hu Shih e altri. Hu Shih durante la Prima guerra mondiale fu un redattore della rivista Gioventù nuova e si diede da fare per riformare la lingua sostituendo anche nelle opere letterarie la lingua parlata al cinese classico e per introdurre tra gli intellettuali cinesi le metodologie occidentali. Ancora prima del Movimento del 4 Maggio 1919 entrò in urto con gli altri intellettuali riformatori e assunse via via posizioni più conservatrici, contrapponendo alla cultura rivoluzionaria una letteratura e una filosofia d’evasione. Negli anni ’30 assunse un ruolo importante nella campagna culturale del Kuomintang volta ad “accerchiare ed annientare” il comunismo e il movimento rivoluzionario. Strettamente legato agli ambienti universitari imperialisti americani, nel 1949 seguì il Kuomintang a Taiwan, dove morì nel 1962. 

43. * La cosiddetta “occidentalizzazione in blocco” era un’opinione avanzata da una parte degli intellettuali borghesi. Essi elogiavano incondizionatamente l’ormai superata cultura borghese occidentale, che rifletteva prima di tutto l’individualismo e sostenevano che la Cina doveva imitare in tutto e per tutto i paesi capitalisti d’Europa e d’America.Ciò fu chiamato “accettare l’occidentalizzazione in blocco”. 

44. * V.I. Lenin, Che fare?, cap. 1, par. 4, in Opere, vol. 5.